9 Gennaio 2026
Viottoli

La misticapolitica di Paola Cavallari: un viaggio verso la libertà tra femminismo e fede

di Doranna Lupi


Il racconto della Visitazione offre l’immagine che più si avvicina e ispira i percorsi delle donne che desiderano camminare insieme per dare vita al mondo in pienezza.

(Visitazioni, Gruppi donne delle Comunità cristiane di Base e le molte altre

https://www.cdbitalia.it/upload/gdonne/Visitazioni.pdf)


Scrivere narrando è fondamentale per noi donne, non solo per alimentare la genealogia femminile, ma anche per affermare che la nostra scrittura non si allontana mai dalla realtà. Con questa riflessione la teologa Antonietta Potente introduce il libro di Paola Cavallari, Lilith se ne va. Femminismo, spiritualità e passione politica (Vanda 2025).

L’opera è un intenso percorso di vita e di scrittura in cui Lilith risplende come un’icona archetipica. Il suo rifiuto eversivo della sottomissione la rende un personaggio chiave in un’ipotetica epica femminista: Lilith si congeda dal ruolo assegnatole e il suo indomito carattere la spinge a scegliere la via della libertà, che diviene sorgente e aurora della soggettività femminile.

Lo stesso percorso dell’autrice si orienta in questa direzione, verso la libertà, segnato da due fuochi inestinguibili: il femminismo, che l’ha afferrata in giovinezza come passione di vita irriducibile, e la dimensione spirituale, fiorita in età matura nell’adesione alla bellezza del messaggio evangelico, «purificato con fatica dalle incrostazioni di potere clericale e kiriarcale che lo hanno tradito».

Il femminismo descritto nel suo libro è un’esperienza «goduta nel suo potenziale politico ed esistenziale», un approccio che si avvicina sorprendentemente a ciò che Antonietta Potente suggerisce di chiamare Misticapolitica.

Si tratta di un sentire femminile che non teme gli sconfinamenti tra anima e corpo, è in ascolto del desiderio di autenticità, ricerca il respiro della trascendenza e si impegna a disseppellire quella lei originaria che è stata annientata da secoli di religioni patriarcali. Per Paola Cavallari questo approccio è diventato la sua casa, la rotta da seguire nel farsi della sua mappa esistenziale.

Il libro, come lo definisce Gabriella Caramore nella prefazione, è un «diario intellettuale e spirituale» che copre un arco temporale di circa trent’anni (1994-2024). È un «arcipelago di scritture» in cui vibra la narrazione del suo percorso di vita attraverso una vasta gamma di contributi: esegesi bibliche, saggi, articoli, interviste, frammenti autobiografici, riflessioni sulla spiritualità, testimonianze di pratiche politiche collettive, prese di posizione e recensioni. In tutti gli ambiti da lei toccati si intrecciano i fili dell’esperienza femminista: l’autocoscienza, l’analisi critica, lo scambio di parola con le altre donne e la scia luminosa delle madri simboliche con cui l’autrice continua a dialogare e confrontarsi. Paola Cavallari si racconta sempre in prima persona, non temendo di esporre le proprie ferite, con la ferma intenzione di partire da sé per dare voce al non detto. Un lavoro simbolico che non compie in solitudine: l’autrice dialoga costantemente con pioniere del femminismo (Simone de Beauvoir, Carla Lonzi, Judith Butler) e figure spirituali e intellettuali (Simone Weil, Etty Hillesum, Hannah Arendt). Centrale è stata per lei anche l’esperienza del gruppo di Venezia-Mestre Donneperlacittà, che ha saputo unire prassi politica e ricerca intellettuale.

Il suo viaggio a ritroso, teso a riaprire la ricerca di senso e a ripercorrere «orme di vita che si metamorfosano in scrittura», è profondamente illuminante. Emerge un sofferto rapporto con la parola fin dall’infanzia: un’esperienza in cui moltissime donne possono rispecchiarsi. Da bambina Paola rifiutava la scrittura e la parola: il suo mondo interiore, descritto come «barbaro, naïf, libero, inafferrabile, fantasmagorico», ancorato all’autenticità della lingua materna, veniva tradito dal linguaggio adulto, provocando un’afasia in cui il dentro non trovava corrispondenza nel fuori. L’evoluzione si è manifestata pienamente solo quando l’autocoscienza ha «fatto saltare il tappo», permettendo alla lingua di essere finalmente risignificata in risonanza con il suo sentire originario. È attraverso questa lente che Paola ha potuto osservare il disegno che «sbalza come un bassorilievo vivente dalla sostanza della propria vita», avviandosi così alla ricomposizione delle parti di sé precedentemente dissociate.

Un’“integrità dell’io” che le ha conferito la forza per affrontare coraggiosamente lo scacco, l’impotenza e la sventura, trovando la sua «scintilla di salvezza» nel «consegnarsi al limite». È stato il suo passaggio nella notte oscura, da cui è scaturita una grande verità: «Quanto più grandi sono fiducia e gratitudine tanto più si espande la realtà di cui godiamo».

Nel suo breve poema, ispirato al celebre passo di Sant’Agostino Tardi ti ho amato, l’autrice racconta con parole commoventi il proprio risveglio, il «dono ricevuto dell’aurora». Passo dopo passo, la dimensione spirituale, la presenza del “divino”, è divenuta per lei un luogo accogliente di conforto e approdo.

Da questo punto prende avvio la narrazione di un percorso da me condiviso con lei, che per me è anche memoria della gioia vissuta nella nostra “Visitazione”: un incontro da cui è nato un legame profondo e generativo di nuovi contesti relazionali. Come ricorda Rebecca Solnit, del resto, la gioia è sempre «un meraviglioso primo atto di insurrezione».

L’ambito a cui mi riferisco è quello dei Gruppi Donne delle Comunità cristiane di base e delle molte altre che, a partire dal femminismo degli anni Settanta, continuano a interrogarsi, partendo da sé, sulla propria esperienza spirituale in relazione alle scritture bibliche, alla preghiera e al linguaggio per dire Dio. Il binomio “femminismo e spiritualità” ha trovato per Paola rappresentazioni concrete in questa teologia dal basso, dove è possibile sperimentare quella coerenza tra pensiero e pratiche a cui anela un’anima in ricerca come la sua:

«Ci sono incontri, e questo lo fu, in cui come per magia ti imbatti in ciò che cercavi nell’intimo, ma di cui non avevi consapevolezza prima di intercettarlo […] Fatto sta che non era più un altare con un celebrante maschio, ma una mensa con un’assemblea celebrante in cui le donne si riconoscono autorità di celebrare. I nostri corpi in circolo, le nostre voci che si allacciano passando l’una all’altra il testimone di parole di benedizione reciproca […]».

In questi spazi continuano a circolare liberamente saperi, autorità femminile, pratiche politiche e spirituali che rendono possibile il «fecondarsi nella reciprocità» di cui Paola parla.

Il libro di Paola è dunque un’opera molteplice: è anche la restituzione di percorsi condivisi, di reti di relazioni che si intrecciano creando una corrente viva in cui si diventa “onda e oceano al tempo stesso”, come suggerisce l’autrice riprendendo le parole usate da Etty Hillesum che richiamano al Tao.

Nei suoi saggi non rinuncia mai a sottoporre a lucida analisi l’impronta patriarcale nelle Scritture e nella storia della Chiesa. Sulla base della teologia femminista elabora profonde intuizioni che danno vita a nuove e originali interpretazioni dei testi sacri. Ma i suoi articoli, che sono spesso veri e propri manifesti di denuncia contro la persistenza patriarcale nelle chiese, sono sovente arricchiti da idee e da proposte di sperimentazione concrete.

Un passaggio fondamentale della sua storia è stato l’assunzione in prima persona di un nuovo progetto da lei ideato, a cui abbiamo aderito in molte: la fondazione, il 14 marzo del 2019, dell’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (OIVD), «la pianticella che, con passione, abbiamo messo al mondo». L’OIVD è un organismo composto da donne ebree, musulmane, induiste, buddiste e cristiane delle diverse Chiese, perché l’insignificanza delle donne e la violenza che ne consegue attraversano in modo trasversale tutte le religioni. È aperto anche agli uomini e si pone l’obiettivo di essere «pratica vivente di una teologia del dialogo interreligioso di genere». È luogo di relazioni, dove circola autorità femminile diventando il punto di intersezione di una rete più vasta.

Le parole di Antonietta Potente incorniciano l’opera dell’autrice, riconoscendone la potenza generativa: «Creare è il nostro gesto preferito: creare tessuti libri pagine scritte con le nostre parole. Creare cibo per nutrire ed essere nutrite, creare ordine nella propria vita come se fosse l’inizio di una nuova creazione». E ringrazia Paola per la tessitura di queste parole vive, nate dal suo sentire e dal suo contemplare la vita. Una simile narrazione può aprire passaggi di consapevolezza e innescare processi dinamici in molte altre donne che con lei condividono il cammino; tra le quali ci sono anch’ io. Per questo desidero unire la mia voce al suo ringraziamento.


(Viottoli, n.2/2025)

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