5 Giugno 2026
Letterate Magazine

La verità del ramarro

di Silvia Neonato


Gisella Modica, La somiglianza, Iacobelli 2025


Il viaggio nella memoria di Gisella Modica ci conduce nella Sicilia mafiosa del nonno, detestato perché si teme una sgradita somiglianza. Ma chi era davvero don Fifì? E sua nipote cosa cerca nel diario della madre che tanto lo amava perché era un padre premuroso e generoso?

La storia comincia con una festa dove un ramarro in smoking invita a ballare la narratrice, Amalia. Al risveglio dopo il sogno, veniamo a sapere che l’ombra del ramarro per qualche tempo rimane sul muro, «ombra sconosciuta. Mostruosa, eppure così familiare». Chi è l’animale che al mignolo porta un grosso anello? Ecco un altro indizio: «Coi mostri io non gioco. Non faccio parte della tua cosca. Parola dura che faccio fatica a espellere». E ancora: «Compari, ricompari. Prendi forme diverse e mi confondi. Ma io non voglio essere confusa con te. Non ti somiglio».

Avvincente, sontuoso racconto di un’adulta che ha nostalgia dell’infanzia e di un borgo siciliano ormai scomparso, Borgo De Spuches, col suo pozzo di pietra lavica, un pozzo stregato da cui i bambini dovevano stare ben lontani. Ma quel luogo nasconde anche l’angoscia di essere la nipote del ramarro che poi per i siciliani significa camaleonte ovvero capace di cambiare pelle: sposo e padre premuroso, uomo dalla parte del potere, il potere mafioso naturalmente, di cui la nipote ha trovato tracce in un volume sulla storia della Trinacria del resto.

Il vecchio – Amalia lo chiama così «per non pronunciarne il nome» – alla morte ha lasciato un’eredità con la quale sua madre Lella se n’è scappata dal borgo per andare a Palermo e comprarsi una merceria. Lella, detta Lilluzza, suo padre lo amava moltissimo e questo Amalia non glielo perdona, tanto più quando le dice che lei assomiglia al nonno. C’è una sola speranza di poterlo guardare anche, non soltanto, ma anche sotto un’altra luce: quel nonno, che lei rinnega, forse era antifascista e per la Amalia che negli anni Settanta è stata una rivoluzionaria, una comunista e antifascista convinta, quella sarebbe almeno un’attenuante da contrapporre alla figura del don Fifì mafioso cui non vuole per nessuna ragione essere assimilata.

Tutto il libro di Gisella Modica, già autrice di un altro bel volume (Come voci in balia del vento, Iacobelli Editore 2018) in cui storia privata e Storia si intrecciano nella sua Sicilia, è un esercizio della memoria: quanto è fallace? Che senso ha ricostruire il proprio passato e insieme quello degli altri? Amalia ha trovato il diario di sua madre, che non c’è più, e alla fine c’è scritto: «se questa storia ti piace, continuala», una frase diretta a lei molto probabilmente. Il nonno, don Fifì, appare in tante pagine come padre affettuoso e “uomo giusto”. Ma cosa c’è dietro?

Don Fifì ha dato un solo schiaffo a Lilluzza ed è stato quando lei ha detto di volersi sposare con Saro, più povero di loro, ma soprattutto figlio di un fascista: questo per il vecchio era imperdonabile. Amalia ospita in casa, a Palermo, Michele, un ragazzo del Nord, un piemontese, artista di strada conosciuto una sera in birreria. Forse lo ama e lui la ama, comunque la ascolta paziente mentre lei, ansiosa, furiosa, tesa gli racconta tutta la storia e lo rimprovera spesso: «Tu sei del Nord, non puoi capire, non capisci niente della Sicilia». Così veniamo a sapere che don Fifì era antifascista, ma non comunista: apparteneva al partito degli indipendentisti siciliani, il potere degli agrari e dei nobili alleati con gli americani contro il fascismo. Nessun idealismo, piuttosto una lotta tra poteri. Eppure sua madre lo trovava un uomo giusto e glielo ripete.

«Sei mafiusa come lui. Sei tutta don Fifì», le diceva. E Amalia incalza Michele: «Come si spiega mafiusa a uno del Nord?». E continua: «Mafiusa sta per persona prepotente, pure un po’ malandrina, se vuoi, ma si tratta di quella prepotenza che alla gente di qui piace perché si fa rispettare in una terra in cui nessuno è rispettato per quello che è. Insomma è persona sperta e se hai un problema da risolvere sai che a lei ti puoi affidare». Il povero Michele azzarda: «Vuoi dire esperta?». Amalia scuote la testa. «Mafiusa dalle nostre parti è una parola che può assumere un significato o esattamente il suo contrario, secondo la visione del mondo della persona che la pronuncia, secondo l’ambiente dove vive, l’educazione avuta, il partito che frequenta…».

Se mi dilungo su questo dialogo è per far comprendere l’intensità del racconto di Gisella, la felicità della lingua che sa evocare e suggerire significati su diversi piani, toccando i sentimenti e la ragione. Così seguiamo la sua Amalia ritornare al borgo abbandonato da anni e stravolto dalla speculazione edilizia, malgrado l’odiato nonno l’avesse a modo suo contrastata. E qui non vi svelo il finale perché fa parte del viaggio in cui Gisella/Amalia ci conduce alla scoperta delle ambiguità della vita, del nostro bisogno di verità e della speranza di poter ancora cambiare il mondo.


(Letterate Magazine, 5 giugno 2026)

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