11 Settembre 2026
il manifesto

Lea Ypi, tornare a interrogare il Novecento per capire dove stiamo andando

di Shendi Veli


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Lea Ypi – Ap


È prima di tutto un’indagine su ciò che resta quando tutto crolla, Dignità, il nuovo libro della filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi (Feltrinelli, pp. 368, euro 19). A tre anni dal suo primo romanzo, Free, diventato un caso editoriale internazionale e tradotto in 35 lingue (in italiano Libera, sempre Feltrinelli) Ypi torna alla narrativa con un’opera di confine, tra il memoir, la saga familiare e il romanzo storico. È la vita di una donna, Leman, che naviga il mare in tempesta della storia del Novecento, sulla faglia che andrà sempre più approfondendosi tra “l’Occidente” e il resto. I confini, il senso della cittadinanza, la giustizia sociale e la morale, concetti attorno a cui ruota la ricerca filosofica dell’autrice, docente di Teoria politica alla London School of Economics, affiorano anche tra le pagine di quest’ultimo lavoro.

La storia di Leman, sua nonna, attraversa imperi, Stati, città, religioni e regimi politici. Seguendola ci si perde nel dedalo intricato delle origini. La domanda «chi sei? chi sono?» percorre sottotraccia l’intero libro.

La storia inizia durante l’emergere del nazionalismo moderno. In quel contesto lo Stato-nazione viene percepito come una risposta progressista ai conflitti politici del tempo. Succede in Turchia, in Grecia, in Albania e in molti altri paesi dei Balcani. Questi nuovi Stati indipendenti nascono con l’obiettivo di garantire rappresentanza politica e diritti ai cittadini. Da questo punto di vista rappresentano un avanzamento. Ma ogni soluzione politica produce anche nuovi problemi. Lo Stato-nazione risolve il problema dell’impero, ma ne genera un altro: produce il soggetto nazionale e, allo stesso tempo, una distinzione tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica. Ed è proprio così che nascono molte delle tensioni successive. Le crisi economiche, il crollo degli imperi, le metamorfosi sociali vengono reinterpretate attraverso la chiave identitaria. I fascismi e i nazionalismi trasformano l’identità nella risposta a conflitti che hanno origini molto più complesse.

In parallelo alla vicenda di Leman scorre un altro piano temporale: il racconto del suo lavoro di ricostruzione storica, tra gli archivi di Albania e Grecia.

Mi interessava entrare nei documenti reali e nelle fonti storiche, ma l’archivio da solo non parla. Ha bisogno di essere interrogato. Per questo, il libro prova a mettere in dialogo il documento e la narrazione, la fonte storica e l’esperienza vissuta, mostrando anche le inevitabili crepe. Ho voluto rendere esplicito lo sforzo archivistico e la tensione tra le fonti, i documenti e le interpretazioni che se ne danno, perché credo che la memoria sia un terreno di conflitto. Avere accesso alle fonti non significa automaticamente comprendere la storia. Ogni società costruisce un certo rapporto con il passato e tende a organizzare la memoria secondo le esigenze del presente. Questo è particolarmente evidente nei paesi usciti dal socialismo di Stato, dove spesso la memoria pubblica è organizzata per rafforzare una narrazione precisa: quella di un mondo passato che non aveva alcun valore e di un mondo nuovo che, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe comunque superiore.

Nei suoi romanzi dialogano due mondi, uno geografico e uno politico, che raramente comunicano davvero: i paesi dell’Europa orientale post-comunista e la sinistra europea. Da una parte c’è l’esperienza del socialismo reale, dall’altra le lotte e la critica del capitalismo.

Nel mondo post-comunista il marxismo viene percepito esclusivamente come storia vissuta. È la vita dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, la tua stessa vita. Questo produce un atteggiamento molto particolare: la sensazione che le idee non contino perché è rilevante solo ciò che è successo alle persone. Se provi a discutere dell’Albania attraverso una critica teorica del sistema capitalista, in molti rispondono: «Non serve che me lo spieghi, io quella storia l’ho vissuta». La storia sembra assorbire completamente la filosofia. Nel mondo capitalista occidentale si tende invece a conservare la filosofia e a rimuovere la storia. L’esperienza del socialismo viene spesso trattata come qualcosa di esterno, quasi come una parentesi riguardante paesi lontani e arretrati. Si dice: l’Unione Sovietica non era una società industriale avanzata, l’Albania era un paese periferico. In questo modo, quella storia viene separata dal dibattito contemporaneo.

Qual è il problema di questa divisione?

Che impedisce qualsiasi bilancio serio del ’900. Da un lato si conclude che le idee socialiste siano irrimediabilmente compromesse dalla loro storia; dall’altro si continua a discutere di critica del capitalismo senza fare riflettere su ciò che è accaduto nei paesi socialisti. Questa separazione delegittima il socialismo come progetto per il futuro.

Nelle sue riflessioni torna spesso la storia, in gran parte rimossa, delle voci critiche interne al blocco sovietico. Penso al caso della Germania dell’Est.

Una delle cose che mi colpiscono è il modo in cui, dopo l’89, molte tradizioni di critica interna al socialismo sono state cancellate. Erano richieste di democratizzazione, di maggiore partecipazione e giustizia sociale. Non rimandavano necessariamente al capitalismo. Si racconta la fine della Germania Est come una vittoria della libertà sulla dittatura, ma la realtà è più complessa. In un certo senso la Guerra fredda è finita come finiscono molte guerre tradizionali: con i vincitori che hanno imposto ai vinti le condizioni della supremazia. La Germania Est è stata incorporata in quella dell’Ovest. Persino sul piano costituzionale non si è aperto un processo costituente condiviso. Si è semplicemente esteso un modello esistente. Questo ha contribuito a produrre una sensazione diffusa di alienazione. Intere popolazioni non hanno mai trovato una rappresentazione politica adeguata della propria esperienza storica. È anche per questo che molte delle forze antisistema contemporanee trovano terreno fertile nei territori dell’ex Germania Est. Quello che è mancato è stato un linguaggio politico capace di elaborare quella storia senza ridurla né a nostalgia né a celebrazione della vittoria occidentale.

Da poco è uscita una pubblicazione del Collège de France che raccoglie un suo ciclo di lezioni, intitolata L’idée de socialisme moral. Cosa contraddistingue il socialismo morale?

Intendo la morale come un modo di pensare che sia irriducibile alle differenze identitarie tra le persone. Si tratta di recuperare una dimensione universalista che appartiene all’Illuminismo. Il progetto morale consiste nel partire da valori universali e chiedersi se la società in cui viviamo li rispetta oppure li tradisce. Parlo di socialismo morale per distinguere da quello che considero il socialismo immorale del Novecento. Figure come Trotsky arrivano a sostenere che la morale sia una questione secondaria, addirittura borghese. Ciò che conta è la lotta politica. Per me, invece, proprio quel tipo di socialismo deve essere criticato. Quello che cerco è un socialismo perduto del Novecento. Nel libro ritorna attraverso il personaggio di Aslan, vittima del socialismo di Stato ma al tempo stesso critico del capitalismo.


(il manifesto, 11 settembre 2026)

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