22 Aprile 2016
il manifesto

L’estraneità di ogni ritorno

di Ida Travi

 

Una carnosa assenza. Così si esprime Giancarlo Majorino parlando della poesia di Piera Oppezzo: un rotolo, un messaggio. Riportata all’attenzione dalla poeta Maria Pia Quintavalla con la nuova rubrica della rassegna Donne in poesia, dedicata alla riscoperta di autrici italiane del secondo novecento rimaste in penombra, la figura di Piera Oppezzo è segnata dall’assenza. A pochi anni dalla scomparsa esce per Interlinea Una lucida disperazione (pp. 216, euro 14), selezione di poesie scritte tra gli anni Cinquanta e il 2009.

La raccolta è a cura di Luciano Martinengo, con prefazione di Giancarlo Majorino. Ora, per comprendere la parabola poetica di Piera Oppezzo sono necessarie alcune premesse. Piera Oppezzo nasce a Torino nel 1934 in una famiglia di modeste condizioni e impara subito un mestiere: cucire, cioè abilità della mano che ha a che fare con la stoffa. Sarà poi dattilografa alla Rai, dove praticherà quell’altra abilità della mano, e primo impiego per donne anni ’50, che ha a che fare con fogli A4 e macchina Olivetti: cioè, finalmente, la scrittura. Nel ’66 esce per la collana bianca Einaudi la raccolta poetica L’uomo qui presente. Sì, a quel tempo poteva accadere che un grande editore pubblicasse una dattilografa, anzi, era una possibilità già dichiarata già in quarta di copertina, là dove si rintracciava quel ‘codice di verità’ che rendeva un libro autenticamente poetico: aleggiava in quelle poche righe una critica precisa al linguaggio che in quegli anni andava dissolvendosi in un ‘codice senza verità’ che trasformava la scrittura in esperimento.

Calata nel suo tempo, Piera Oppezzo affronta il linguaggio da persona mite, ma coltiva in sé una postura forte, resistente, oppositiva per giustizia. La sua vita lo dimostra: impegnata politicamente si sposta a Milano, è militante extraparlamentare e femminista. Mentre corregge bozze per Feltrinelli partecipa all’occupazione della storica casa di Via Morigi 8 quando ormai è in piena attività di scrittura: autodidatta, è vero, ma intanto ha pubblicato per Geiger, Nuovi Argomenti, La Tartaruga, Manni Editore, ha tradotto Khalil Gibran, Jules Renard, Gisèle Freund. Piera Oppezzo non ha mai cercato il consenso, non ha mai cercato neppure un lavoro fisso: a lei bastava vivere di  poco o niente. Oltre al nutrimento, le bastava avere quel che serviva per comprarsi tabacco e rollare le sue sigarette.

Era minuta: una presenza ipotetica, diceva di sé, “niente di importante”. Importante per lei era la scrittura: erano anni in cui saltava la punteggiatura, scomparivano gli articoli, e il testo si faceva sempre più oscuro. Parallela ma distante dalle tendenze che hanno attraversato il secondo Novecento, Oppezzo rivendica la sua solitudine come posizione accanto, salvando così la sua precisa voce. L’intimità con qualcuno / non fa altro che correggere l’isolamento. / Smorza i suoi abbagli verticali.

Ora Una lucida disperazione, prima pubblicazione postuma, è una doverosa ricognizione di senso. È un libro di testi selezionati in sette sezioni, dai primi Gli anni di Torino, fino agli ultimi scritti del 2009. La raccolta si dà come una precisa dichiarazione d’intenti: La poesia, un’estetica di vita. Sono chiari i passaggi: dalle tenere poesie degli anni ’50 al salto stilistico di L’uomo qui presente, per la bianca Einaudi nel ’66, alle poesie edite da Geiger con Sì a una reale interruzione, nei cui versi con potenza compare il vivente. Il vivente nella poesia di Piera Oppezzo non appare come umano ma come fenomeno, ed appare confuso. Il vivente osservando il troppo/ confonde i gesti, confonde le Grandi speranze degli anni ’70 e ’90, fino ad atterrare nel terribile verso: mi piegano con un ordine.

Ed ecco la sezione successiva Andare qui, come fosse l’indicazione di un percorso, e la sezione Mestieri, in cui si oscurano vista e soffitto. Quali mestieri?… un mestiere è scrivere, e il soffitto? Il soffitto, dice Oppezzo, è soltanto la nostra palpebra. Sì, c’è buio intorno, ma nei versi scritti sul finire dei suoi anni Oppezzo mostra una schiarita: L’annuncio che il mondo c’è non smette di abbagliare. / C’è. C’è. C’è. Non puoi / Non puoi che sbalordire. Difficile collocare Piera Oppezzo nel panorama poetico del secondo Novecento. Difficile pensare per lei una definizione che non sia sviante o restrittiva: il ‘ritornare’ mi è estraneo. Nella Milano poetica, Piera Oppezzo sembra un essere attaccante in posizione di difesa, sta lì, accampata nella sua solitudine.

E rifulge nei suoi versi quella mancata felicità, quell’estraneità per cui  poesia è un’espressione ‘basata sui concetti e non sul sentimento’. In Le strade di Melanchta Oppezzo è lapidaria: non è vero che non c’è nessuno / ci sono io ho capito / mi state inseguendo. Ben poche poete erano visibili in quegli anni, per molte di loro poesia è stato un passaggio in trasparenza: L’assenza è con me / io sono l’assenza. Ma a questo serve l’attenzione postuma: rimette in luce scrittura e persona. Sì, alcune luci si sono accese sulla poesia di Piera Oppezzo: … e siccome io ci vado sempre dietro alle barricate succede che ci trovo qualcun o/ lì accucciato…Un uomo, una donna, un essere. È il vivente.

 

(il manifesto, 22 aprile 2016)

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