di Alessandra Pigliaru
“Come quando si accende la luce”, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi per Mimesis. Pubblicati gli atti della giornata di studi dedicata alla femminista e svoltasi alla Cattolica di Milano
Come quando si accende la luce è il volume a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi che raccoglie gli atti della giornata dedicata al pensiero di Luisa Muraro, svoltasi il 20 settembre dello scorso anno all’Università Cattolica del Sacro Cuore su iniziativa della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica femminile Diotima di Verona. Pubblicato da Mimesis (pp. 184, euro 16), il volume restituisce il tenore filosofico e politico di quell’incontro, tenutosi pochi mesi prima della morte di Muraro, avvenuta il 13 giugno scorso e ricordata il giorno seguente su queste pagine da Ida Dominijanni. Dice bene Vita Cosentino quando, nel primo dei contributi, ricorda Muraro come iniziatrice e costruttrice per moltissime donne e per più generazioni di femministe, in Italia e non solo. Luisa Muraro è stata una protagonista del femminismo italiano, del pensiero della differenza sessuale e, per chi ha avuto occasione di incontrarla, è stata anche la prova vivente di quanto la politica delle donne attenga all’esperienza: da discutere in presenza, aperta al conflitto quando necessario, senza sottrarsi né alle occasioni pubbliche più importanti né a quelle più decentrate. La propensione alla lettura e allo scambio faceva della sua intelligenza in relazione insieme il grimaldello e lo scrigno.
Accanto al sentimento di gratitudine che attraversa ciascun contributo emerge un’altra idea, espressa da Chiara Zamboni nell’introduzione: il pensiero di Luisa Muraro come «bene comune», e che resta politicamente disponibile attraverso libri, interviste e interventi disseminati, capaci ancora oggi di mantenere aperta l’interlocuzione. È difficile comprendere la sua elaborazione senza la categoria del movimento, senza la materialità dei corpi in presenza, senza una forma del pensare mai scontata né prevedibile. «Siamo qui per riconoscenza», scrive Diana Sartori in uno degli interventi più intensi del volume dedicato all’autrice de L’ordine simbolico della madre (1991, nuova edizione 2006), libro sul quale la stessa Muraro torna nella conversazione con Clara Jourdan raccolta in Esserci davvero (2025), fra i documenti più significativi per accedere oggi al suo percorso. Cosa significa, si domanda Sartori, che saper amare la madre inizia alla filosofia? Significa anzitutto nominare la riconoscenza. Per comprenderne il senso occorre attraversare quanto è stato elaborato, negli anni, dalla Libreria delle Donne di Milano e da Diotima: comunità di donne che hanno costruito un’esperienza collettiva e in relazione. Non a caso la parola che ritorna con maggiore frequenza nei saggi di Come quando si accende la luce è «inizio». Diana Sartori la declina nella forma verbale, singolare e poi infinita: saper amare la madre inizia alla filosofia. Inizia, e cambia di segno ogni cosa. Sposta dal mutismo di cui Muraro racconta nel primo intervento di Il cielo stellato dentro di noi (1992), nato dopo la lettura de Il circolo della fortuna e della felicità di Amy Tan. Questo «entrare dentro», questo «andare» che appartiene alla radice stessa della parola inizio, presuppone che il congedo da ciò che era il «prima» sia già avvenuto.
Taglio, dunque – ciò che il pensiero della differenza sessuale ha prodotto – e schivata, che nel saggio di Ida Dominijanni viene associata da Muraro «a un fatto storico preciso, la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine al femminismo della cosiddetta seconda ondata». È in quella schivata originaria – prosegue Dominijanni – da cui nasce «il soggetto imprevisto della differenza sessuale» che si mette in gioco «il paradigma della modernità». Non un’estraneità, piuttosto un esodo somigliante a un distacco da cui non si torna indietro.
Articolato e compiuto, il volume conta dodici contributi; oltre ai già citati figurano quelli di Laura Colombo, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, Carla Lunghi, Maria-Milagros Rivera Garretas, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci e Paolo Gomarasca. Sarebbe stato impossibile sintetizzare l’intero itinerario biografico e politico di Luisa Muraro. Eppure, dopo la lettura di Come quando si accende la luce, l’impressione è di conoscerne un po’ meglio gli orli, ripercorrendone tanto i passaggi inaggirabili quanto quelli meno noti. In queste settimane sono stati molti i ricordi e i segni di gratitudine seguiti alla morte della filosofa. Ricordi attraversati dall’affetto e dalla riconoscenza, intesa come il tornare ancora sull’occasione di averla conosciuta e su ciò che quell’incontro ha fatto germogliare nelle vite, nei sentieri personali e politici. Si pensi agli interventi comparsi su L’Imprevista, la rivista della Libreria delle Donne di Padova, firmati da Ilaria Durigon, Sara Gandini, Tristana Dini, Barbara Verzini e Antonia De Vita. O a quanto ha scritto Alberto Leiss sul manifesto del 16 giugno, nella sua rubrica «In una parola», a proposito della lezione politica della differenza.
In uno degli ultimi articoli pubblicati da Muraro su questo giornale, il 22 marzo 2008 e riproposto il 14 giugno accanto al pezzo di Dominijanni, c’è una lezione da conservare. Il titolo, e insieme l’innesco del testo, verte su una giovane donna con il braccio per aria in una fotografia del Maggio francese. Compare frontale e il fiore che tiene nel palmo le impedisce di chiudere la mano. È un gesto che in altri contesti significherebbe altro. Qui, invece, c’è una ragazza in mezzo a soli uomini, fermata in uno dei tanti fotogrammi di quegli anni.
Non è un saggio sul Sessantotto, né un’esegesi della fotografia. È l’attenzione alla forza di lei, semplice e insieme laterale. Ed è l’esercizio dell’osservare fino al punto in cui ciò che si osserva diventa pensante. In quella fotografia del 1968 Muraro ne vede molte altre: un’icona bizantina del Seicento, un’immagine degli anni Ottanta, la psicoanalisi, la teologia, i bambini. Il suo pensiero assomiglia a una costellazione che attraversa tempi diversi e gesti capaci di irrompere nella Storia per illuminarne, ancora una volta, l’esperienza. Nessuna deduzione, nessuna astrazione pontificante: l’evento non è fuori, ma comincia nel luogo vivente dello sguardo. Il suo aveva il colore del cielo, aereo come il braccio di quella ragazza in piazza, e i piedi ben immersi nella realtà.
(il manifesto, 28 luglio 2026)

