di Francesca Maffioli
Rosa Luxemburg, nata nel 1871 nella Polonia russa in una colta famiglia ebrea, si forma in un tessuto culturale composito e si afferma precocemente come teorica marxista. Costretta all’esilio, svolge in Germania un’intensa attività politica, giornalistica e teorica all’interno della socialdemocrazia. A partire dal 1904 subisce numerose incarcerazioni, che si intensificano tra il 1915 e il 1918. Trascorre quaranta mesi in carcere come conseguenza della sua opposizione alla guerra, sostenuta invece dal suo stesso partito con il voto ai crediti bellici nell’agosto del 1914; anche dalla prigione continua tuttavia a intervenire nell’azione politica contro il conflitto, prima attorno alla rivista Die Internationale e poi nella Lega di Spartaco. Mantiene una posizione al contempo critica e autonoma che, pur nel sostegno alla Rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la porta a dissentire da Lenin e dai bolscevichi su questioni decisive come la politica agraria e, soprattutto, la tendenza del partito a una direzione autoritaria.
Ritroviamo alcune delle lettere della sua prigionia in Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere (pp. 184, euro 20), un volume di grande bellezza edito da Casagrande, curato e tradotto da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi. Le lettere in questione, venti, si collocano nell’intervallo tra il 1914 e il 1918 e sono scritte dalle prigioni in cui Rosa Luxemburg era detenuta.
Il 16 febbraio 1917, dalla prigione di Wronki (nell’allora Prussia) scrive a Mathilde Wurm, Tilde, militante socialdemocratica tedesca: «Oh, questo sublime silenzio dell’infinito: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane. Ieri sera c’erano delle meravigliose nuvole rosa sopra il muro della mia fortezza. Stavo davanti all’inferriata e ho recitato per me sola la mia poesia preferita di Mörike».
Nelle pagine, la natura ritorna incessantemente come respiro necessario: seguendo il mutare del cielo oltre le sbarre, Luxemburg accoglie tra le mani le erbe del cortile e le affida alla pazienza di un erbario. Così, mentre la storia precipita, il ricamo delle erbe custodisce la vita, nei gambi carnosi degli anemoni – disegnati – e dei petali ostinati della pulsatilla comune, i cui colori sembrano rifiorire anche nell’ombra della pagina.
Le piante essiccate e classificate valgono come tracce di un gesto preciso, affine all’attenzione metodica per la salvazione di quei frammenti minimi di natura – cura che attraversa anche la scrittura epistolare della prigionia. In questo lento lavoro di raccolta, di nominazione e di scrittura spicca fra tutti la semplicità blu del fiore della borragine e delle sue foglie, raccolti entrambi il 24 luglio del 1915, in estate, nell’orto nel cortile dell’infermeria del carcere femminile di Berlino.
Accanto alla nomenclatura botanica, nei tratti nella grafia di Rosa Luxemburg, compaiono anche i luoghi di ritrovamento delle erbe e dei fiori. L’erbario diventa così un territorio di resistenza della memoria, custodita a fasi alterne, tra libertà e reclusione, e, al tempo stesso, un linguaggio silenzioso capace di mantenere – contro gli strattoni della storia – una fedeltà al vivente.
Nel volume di Casagrande sono riprodotti sedici fogli tratti dagli erbari, i cui originali sono conservati presso l’Archiwum Akt Nowych di Varsavia: un lavoro che poté prendere forma grazie alla presenza decisiva di alcune donne legate a Rosa Luxemburg da un rapporto di salda amicizia, tra cui la femminista Clara Zetkin (fin dal 1890) – e che proseguì così anche come esito relazionale, forma condivisa di attenzione e cura. Nell’aprile 1917 proprio a Clara, per ringraziarla del mazzo di fiori ricevuto, Rosa scrive: «Ho potuto sistemarmi qui un intero tavolino di fiori e mi sento una regina».
Come indicato nell’introduzione di Baratti e Candolfi, accanto ai pochi fiori e alle erbe spontanee – raccolti nei cortili delle carceri durante le brevi uscite sotto sorveglianza – furono soprattutto le persone a lei vicine a inviarle, per lettera, esemplari essiccati o mazzi di fiori freschi, affidati alla trasformazione lenta della pressatura e della catalogazione. Alle tavole botaniche si intreccia così una corrispondenza intensa, in cui «la cinciallegra in gabbia» dialoga con l’amore per la vita e le sue forme.
Dal carcere Luxemburg riuscì a far circolare numerosi articoli, tra cui il pamphlet La crisi della socialdemocrazia, una dura presa di posizione contro le scelte di Kautsky e della Spd sulla guerra, che verrà tuttavia pubblicato solo clandestinamente nel 1916 con lo pseudonimo di Junius. Nella corrispondenza si colgono i segni della teorica marxista, avvisata e disincantata: sia sui compagni di partito, sia sulle derive romantiche di un ritorno a una Natura idealizzata e necessariamente falsata. A tal proposito, in una lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Liebknecht, scrive: «A lei posso ben dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento del socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene più alle cinciallegre che ai “compagni”. E non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto. Pensi, ad esempio, che non riesco a togliermi dalla mente il seguente piccolo episodio. La scorsa primavera stavo tornando a casa da una passeggiata nei campi nella mia strada tranquilla e deserta, quando ho notato per terra una piccola macchia scura. Mi sono chinata e ho visto una tragedia silenziosa: un grosso scarabeo stercorario giaceva sul dorso, e cercava invano di difendersi con le zampe, mentre un’orda di minuscole formiche gli brulicava intorno e se lo mangiava ancora vivo!»
Come afferma il botanico Nicola Schoenenberger nel saggio in volume dal titolo Flora carceraria, l’erbario di Rosa Luxemburg mette in luce il valore conoscitivo della presenza delle specie in un luogo preciso: ogni pianta raccolta, datata e conservata, diventa traccia materiale di un luogo e di un momento, una prova silenziosa dell’incontro tra il corpo prigioniero e il mondo vivente. Proprio per questo, i campioni raccolti da Luxemburg nei cortili delle carceri permettono oggi di ricostruire con sorprendente precisione l’ecologia di quegli spazi – secondo una cartografia sensibile dei luoghi della reclusione, in cui la natura conserva memoria della vita che vi è passata, «nei cortili di prigione nei quali era costretta». Si compone dunque, in forme intime e luminose, l’unità profonda tra la combattente e l’umana, in tutte le declinazioni della nostra vulnerabilità. È proprio lì che la forza della teorica e della militante convive con la capacità di stupirsi per un fiore, per ogni erbaccia «che cresce tra le pietre», per una meravigliosa piuma azzurra di una ghiandaia di Südende – per le vibrazioni del vivente che ci circonda e che siamo.
(il manifesto, 17 dicembre 2025)

