15 Aprile 2015

Sulla polemica seguita all’intervista di Giovanna Pezzuoli a Luisa Muraro «Noi femministe distanti dalle donne»

di Natalia Milan


Il testo di Natalia Milan è lungo e potrebbe apparire troppo lungo e quasi superfluo a chi non ha voglia di tornare su questioni già discusse che considera risolte. Non a chi vuole ripensare i punti meno solidi e più controversi (o semplicemente meno capiti) del pensiero della differenza. Oltre a questo lavoro di riflessione, fatto da una che conosce la materia, Natalia Milan porta di nuovo e d’importante  un punto di vista e un linguaggio che anni fa non avevamo e che di conseguenza sono lavoro di una mediazione necessaria.

La Redazione del Sito

La polemica sorta intorno all’intervista di Giovanna Pezzuoli a Luisa Muraro «Noi femministe distanti dalle donne» (quella in cui si annuncia la chiusura di Via Dogana) mi ha in un primo momento destato inquietudine perché in diversi testi ho visto un’asprezza di toni e una perentorietà di affermazioni associate a corposi e diffusi fraintendimenti nella lettura dell’intervista a Muraro[1].

Muraro è netta nelle sue affermazioni. Anche a me aveva fatto effetto, per esempio, il suo passaggio su Tina Anselmi e Nilde Iotti, però a rileggerlo mi è stato subito evidente che il riferimento era non alle militanti o alle “giovani”, ma a sottosegretarie e ministre quando esprimono posizioni di solo consenso rispetto al potere, posizioni rispetto alle quali è importante trovare strumenti di critica lucida ed efficace.

Il fraintendimento diffuso di una affermazione abbastanza chiara nel testo mi ha colpito e interrogato e, per capire, ho riletto con attenzione il testo di Pezzuoli, le risposte polemiche che ne sono seguite e la successiva risposta di Muraro.

Penso che nell’interpretazione abbiano pesato – agendo come pregiudizi – fattori maturati in precedenza: la storia delle relazioni tra i soggetti in questione o delle mancate relazioni tra di essi etc.

Qualche considerazione sui contenuti.

 

Grazie

Premetto un ringraziamento al blog Abbatto i muri che in quei giorni, all’interno di un pezzo dal titolo Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero!, ha ospitato un intervento di Irene Chias in cui Chias in modo vivace e polemico evidenzia temi molto attuali e pieni di interesse: la versione “naturale” della differenza tra maschi e femmine incontrata in un dibattito in cui una femminista presentava la “differenza” riproponendo cumuli di stereotipi sugli uomini e sulle donne, la sempre presente idealizzazione delle donne tanto congeniale alla mentalità patriarcale, il peso dei ruoli, le esistenze di chi presenta caratteri non univocamente riconducibili a caratteristiche maschili o femminili, il corpo, il chiamare in causa la biologia.

Con Irene Chias abbiamo avuto uno scambio chiaro e aperto sul blog e concordo con lei quando riscontra e avversa la versione semplicistica della differenza tra maschi e femmine per cui è come se essere maschi o essere femmine determinasse in modo meccanico e uguale per tutti o tutte degli esiti univoci e definiti: nelle storie singole, nei caratteri, nei comportamenti, peggio ancora nella bontà o cattiveria dei soggetti. Scrive Chias: «Quello che del pensiero della differenza rischia di arrivare a chi non lo studia nella sua complessità – e quindi anche a me – è proprio il suo utilizzo strumentale per il ritorno a un’idea di ‘Natura’ costrittiva e inequivocabile e di un determinismo biologico che però è anche tradimento della verità del corpo (il sangue di “noi donne” nelle pubblicità degli assorbenti per “quei giorni” è ancora blu)».

Sono grata a Irene per l’attenzione con cui ha pensato i termini della questione e per la chiarezza con cui li ha esposti: concordo completamente con lei quando denuncia quanto sia diffuso e pericoloso l’uso reazionario del pensiero della differenza sessuale. Conclude scrivendo: «Non so come possa il pensiero della differenza, quello ricco e quello serio, non prestare il fianco a questo uso reazionario. Ma se un modo per smarcarsi ci fosse, bisognerebbe ragionarci su, perché ho l’impressione che quello che sta succedendo sia un male per tutti».

Condivido con Irene questa preoccupazione e questo coinvolgimento in una impresa politica e culturale in cui possiamo tutti e tutte essere più felici.

Tornando alla polemica che ho citato, c’è molto da pensare e ci sarebbe molto da precisare su quanto è stato scritto; raccolgo qui alcune considerazioni, raggruppandole intorno a qualche idea.

 

Autorità, arroganza, desiderio e sessualità

«Siamo andate troppo avanti»: Luisa Muraro cita, riguardo all’esperienza politica di Via Dogana, questa frase di Lia Cigarini. Da qui partono molte delle polemiche e molte interpretazioni.

Che cosa significa «Siamo andate troppo avanti»?

Da un lato questo esprime un dato del reale: cioè un essere avanti delle idee e pratiche del femminismo rispetto a una diffusa condivisione sociale e a una certa diffusa consapevolezza (che spesso mancano, soprattutto se guardiamo all’Italia) di quanto è avvenuto sul piano storico e sociale e delle possibilità politiche di questo.

Dall’altro lato, questa affermazione esprime l’orgoglio del lavoro fatto. Dal mio punto di vista giustamente lo esprime, il che non ci toglie la lucidità per cogliere i limiti di questo stesso lavoro.

Una prima considerazione: le donne che dicono di essere andate troppo avanti come le donne che mettono al centro il tema della sessualità e mettono in atto pratiche politiche che vi si confrontano, le femministe della differenza sessuale come le femministe che, da qualche anno ormai, parlano di post-porno e di prostituzione sono tutte corpi politici scomodi. Utilizzo per tutte, in questo distaccandomi da lei, questa bella espressione che usa Barbara Bonomi Romagnoli; lei la riferisce alle femministe “del nuovo millennio”, a quelle che fanno politica fuori dai partiti e dalle istituzioni, a quelle «allergiche al politicamente corretto ma anche alle pratiche del maternage, dell’affidamento e delle madri simboliche».

Corpi politici scomodi definisco sia le donne che affermano con forza e danno conto del pensiero della differenza sessuale, sia le femministe che parlano di post-porno e sessualità, perché altrettanto indigeribili sono, per la mentalità e l’ordine patriarcale, il loro protagonismo politico e intellettuale e la loro ricerca di libertà.

Sono non previste nell’ordine patriarcale e post-patriarcale le loro azioni politiche e il loro pensiero. Che rimangono molto difficili da digerire sia nei movimenti politici sia nel corpo sociale in generale.

Come peraltro sono non previste, ad un livello più superficiale ma anche più pervasivo, e vengono stigmatizzate alcune caratteristiche quando riscontrate nelle donne: pensiamo agli epiteti e alle critiche rivolte alle donne arroganti, alle donne sicure di sé, alle donne assertive, libere, aggressive, alle donne che dicono di avere desideri sessuali e che ne parlano, alle donne ambiziose etc.

Con tutto questo materiale “indigeribile” dobbiamo confrontarci perché può venirne per tutte e per tutti un di più di libertà.

 

Donne non per natura

Come scrivevo in apertura, l’idea che esista una natura femminile, o delle donne, idea già diffusa nel senso comune, aleggia a volte nei dibattiti con le femministe. La questione non è facile da pensare, quindi sicuramente spesso si scivola in semplificazioni. Qui non faccio una difesa d’ufficio del pensiero della differenza sessuale, ma va detto che esso ha provato a pensare la differenza sessuale e così ha reso disponibili per tutti e per tutte strumenti per pensarla al di là delle visioni stereotipate (e presunte naturali) di quello che è e deve essere un uomo o una donna: la tradizione culturale occidentale, a partire dai Greci, ci ha tramandato un “Uomo” che include tutta l’umanità e pure le donne, ma che in realtà ricalca un profilo maschile e ha le caratteristiche che quella società attribuiva ai maschi.

In anni di pratica politica e personale, migliaia di donne e alcuni uomini hanno esplorato, messo alla prova, criticato i concetti di “uomini” e “donne” – con letture, discussioni e conflitti – in una varietà di contesti: dai saperi alle pratiche politiche, dalla letteratura alla scienza, dalla storia alla sociologia, dalla teoria della politica alle riunioni di gruppi informali o agli incontri pubblici con le istituzioni. I termini di “uomini” e “donne” abbiamo provato ad utilizzarli in modo significativo, ma non con i significati tradizionali. Abbiamo provato a “pensarli” e a praticare l’uso dei termini e dei concetti in un modo diverso da quello “ingessato” che ci è stato tramandato.

Proprio la pratica politica, fatta di confronto e anche di conflitti, dà a chi la vive la dimensione che non esiste “la donna” o il femminile, ma le donne, con tantissime differenze tra loro (il che – è ovvio – vale anche per gli uomini). E questo ancor prima delle letture del pensiero della differenza sessuale, dove mai ho letto qualcosa a proposito della “Donna”.

Per dire quanto, nel pensiero della differenza sessuale, non siano monolitici o predefiniti nelle proprie caratteristiche i concetti e i termini di “uomini” e “donne”, cito, a proposito del nascere maschi o femmine, la prima espressione che mi viene in mente: questo nascere maschi e femmine “si offre alla significazione”, cioè è qualcosa che si presta all’attribuzione di significati. Questo è per me un insegnamento del pensiero della differenza sessuale; penso che l’espressione sia testuale in Luisa Muraro, ma non sono riuscita a rintracciare il testo in cui l’ho trovata.

Il nascere con caratteri riconducibili al maschile o al femminile si offre, si presta all’attribuzione di significati: così è stato nella storia delle culture (con i ruoli sociali etc.) ed è nella vita dei singoli quando nasce un bambino o una bambina (e aggiungo: è così, in modo costrittivo, anche verso chi nasce di un terzo sesso).

Il pensiero della differenza sessuale così legge e disvela la realtà della società e della cultura, svelando insieme possibilità trasformative del reale.

In questo spazio della possibile trasformazione – lo spazio del pensiero, della parola e della politica – ogni caratteristica che si presuma appartenere a qualcuno “per natura” non è significativa di per sé: né l’essere donne o uomini, né l’essere giovani, vecchi o vecchie, lesbiche, omosessuali o eterosessuali. Perché il significato squisitamente politico in questo passaggio è il modo in cui di quelle condizioni noi ci facciamo carico, nel senso evidenziato da Hannah Arendt:

«Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale»[2].

Centrale è per il pensiero della differenza sessuale questo spazio della politica e del pensiero, non la natura o la biologia[3].

Il fulcro della questione mi pare che si collochi nell’ambito dell’elaborazione culturale di ciò che appare come naturale; sottolineo: in un gioco dinamico, in cui considerare naturale qualcosa è già un dato di cultura.

Quindi, e per me questa è un’altra lezione del pensiero della differenza sessuale, c’è un uso dei termini “donne” e “uomini” con cui indichiamo qualcosa non sul piano della natura o della biologia, ma della “realtà” nel senso in cui la intende una lunga tradizione filosofica che considera il reale non come l’ambito dei fatti «nudi e crudi», ma come l’ordine simbolico che il pensiero attribuisce al mondo[4]. Per pensiero si intende qui linguaggio, cultura e codice sociale (letteratura, miti, teorie scientifiche, codici legislativi, etc.).

Sempre riguardo al termine “donne”, un’ambiguità nel suo uso che riscontro anche nel pensiero della differenza sessuale – e che invece manterrei perché mi sembra produttiva di pensiero e di cambiamenti politici – è quella per cui “donne” significa a volte persone con caratteristiche riconoscibili come femminili, altre volte significa donne che di questa condizione della nascita si sono fatte carico in un modo politico, cioè le donne del movimento delle donne.

 

Mancate relazioni.

Scrive Barbara Bonomi Romagnoli: «Molto è stato fatto dalle donne arrivate prima di me, nata nel 1974, e molto altro lo stanno facendo le mie coetanee e quelle più giovani. Solo che non si sa, lo si racconta poco o male, e soprattutto c’è molta resistenza da parte di molte delle donne che hanno fatto le lotte degli anni Settanta a voler riconoscere autorevolezza, posizionamento politico e spazi di visibilità a chi è venuta dopo di loro».

Anche Luisa Muraro nella risposta a Bonomi Romagnoli, considerando la questione, scrive e ammette di non essere a conoscenza (lei e il sito della Libreria delle donne) di alcune di queste imprese delle donne, come la mappatura dei femminismi in Italia di Bonomi Romagnoli o il convegno nazionale di Firenze da lei citato, pur essendo p.es. questa notizia riportata dal Manifesto.

Aggiungo che mi è capitato alcune volte di sentir dire da donne impegnate in politica adesso e che hanno un’età intorno ai trenta o ai quarant’anni che con il femminismo, che pure avevano conosciuto e apprezzato, spesso non c’erano rapporti. E lo dicevano con dispiacere.

È un dato di fatto che tra gruppi politici in generale, e anche tra gruppi di femministe, a volte non vi siano contatti: come tale secondo me questo fenomeno va preso e interrogato per comprenderlo prima che per esprimere giudizi negativi su uno o un altro gruppo.

Queste mancate relazioni sono determinate da varie cause legate alle condizioni di sviluppo del pensiero e delle pratiche politiche: differenti dislocazioni territoriali, ambiti d’azione differenti, interessi differenti, pratiche e impostazioni generali differenti, fino ai contrasti personali e alle antipatie etc. etc..

Alle volte quindi quello che emerge è semplicemente un fatto: la relazione per un motivo o per un altro non si crea.

Credo che, nel caso dei gruppi femministi, questi motivi casuali o legati alle condizioni incidano molto, perché la politica delle donne in Italia si è molto sviluppata sulle relazioni tra singole e gruppi e non c’è mai stato un femminismo di stato centralizzato con sedi e incontri ufficiali in cui obbligatoriamente confrontarsi (per fortuna!).

Le relazioni, in più, richiedono tempo e dunque a volte non è possibile seguire le attività e le proposte, pur interessanti, di cui si viene a conoscenza, non è possibile parteciparvi. Questo è un limite di cui molte donne femministe hanno una accesa consapevolezza; e la politica dei partiti e dei notabili giramondo e gira-convegni dovrebbe imparare da questo senso del limite: non si può andare a tutti i convegni e a tutti gli incontri, somministrare il proprio intervento e andare via subito senza ascoltare.

In più direi che, rispetto a questo non essere di fatto in relazione tra gruppi e singole, la libertà della non relazione è da garantire: la relazione ci attraversa e ci possono essere mille motivi per cui noi non siamo libere o capaci o disponibili o desiderose di stare in relazione con qualcuno/a in un certo momento. È vero che noi siamo quello che siamo nelle relazioni in cui siamo, ma essere in relazione con qualcuno/a in particolare non è un obbligo morale o politico di per sé.

E il fatto di poter non essere in relazione fa anch’esso parte della libertà ed è una libertà per cui lottare.

Sulle conseguenze poi del non essere in relazione tra gruppi di femministe, una cosa dobbiamo dirla: l’attuale conformismo e moralismo, la battuta d’arresto nella possibilità di vivere la libertà delle donne (e degli uomini e dei soggetti che in queste definizioni non si riconoscono) viene da molti fattori sociali e storici e non è attribuibile semplicisticamente ad uno o ad un altro gruppo politico o femminista. In particolare sarebbe veramente sottovalutare la complessità di questi fenomeni darne la responsabilità alle femministe che sono tali sin dagli anni Settanta o a quelle che tali si dicono negli ultimi decenni.

Considero molto importante la politica svolta da questi gruppi, ma non nel senso che essa possa determinare esiti di questo tipo.

 

Mollare l’osso: potere e difetto d’amore. Autorità. Libertà e conflitto.

Veniamo a un altro punto nodale: Bonomi Romagnoli, prendendo come rivolta alle “nuove” femministe la critica che Muraro rivolge invece a ministre e sottosegretarie di essere “eterne seconde” rispetto alla politica post-patriarcale che le coopta, scrive: «Ammesso e non concesso che siamo “eterne seconde”, lo siamo perché le “eterne prime” non mollano l’osso, non provano a fare neanche un passo laterale».

Il passaggio è aspro ma denso e gustoso dal punto di vista delle implicazioni, e infatti lo coglie e discute Luisa Muraro (Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi, http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/) che, giustamente secondo me, legge questo passaggio polemico come non personale.

Allora che significa mollare l’osso?

Non credo che sia l’appartenenza a una particolare generazione perché non credo all’esistenza di generazioni fortunate; penso che ogni generazione trovi criticità e imprese politiche possibili.

Mi interessano invece le altre ipotesi che Muraro fa e le trovo stimolanti su questioni che rimangono aperte.

 

Potere e responsabilità

La seconda ipotesi, scrive Muraro, è che la contesa per l’osso nasca da una responsabilità politica non assolta dalle femministe che, negli anni Settanta e Ottanta, hanno vissuto un’esperienza di felicità però non trasmettendola o non sapendo trasmetterla. Per avarizia? Si chiede Muraro. O per insipienza?

Effettivamente Muraro e il gruppo di Diotima hanno dato un segno, che può essere visto come un limite se lo si considera dal punto di vista del potere trasformativo di un pensiero, di non tramandare, non lasciare tradizione, cattedre universitarie o giornali (vedi la chiusura di Via Dogana appunto). Io la considero una scelta e una responsabilità di cui ci si assume pro e contro, e conseguenze. Non la considero una colpa, per capirci, ma sicuramente è una scelta politica di peso di cui parlare e discutere.

Una considerazione però rispetto al problema di riconoscere chi viene “dopo”: questo è un problema che spesso è tipico di chi “gestisce” qualcosa, dalle aziende di famiglia ai governi dei paesi e dei partiti nazionali. A un certo punto si pone il problema del “delfino”, del successore, dell’erede politico che deve amministrare quello che gli si lascia e che deve prendere in mano le redini del potere che fu il proprio.

Ora si può discuterla come scelta politica e riscontrarvi un limite o contestarne le modalità di attuazione, ma Luisa Muraro anche nell’intervista con Giovanna Pezzuoli cita il principio di sempre: «massima autorità con minimo di potere».

Allora se non si gestisce (o non prioritariamente e non prepotentemente) un qualsivoglia potere, che osso si può mollare? Che significa fare un passo laterale? Rispetto all’impresa personale e politica di vivere un’esistenza libera in un mondo più libero per tutti e per tutte, non può esserci una questione di un osso da mollare. Non è un’impresa che si lascia, né lasciandola si aiuta qualcun altro a realizzarla meglio.

Però, se un problema c’è, può essere un problema di potere? Cioè: un’occupazione di posizioni di potere da parte di queste femministe della differenza sessuale?

Se guardo al panorama che conosco (Palermo, la mia città, e quanto so della situazione italiana), le femministe della differenza sessuale che ho incontrato le ho incontrate a guadagnare lo spazio per ciò che dicevano con la capacità di dar conto, teoricamente e politicamente, di ciò che affermano e con il loro impegno quotidiano.

Non ne ho mai trovate in posizioni di potere costituito e, nelle parentesi di impegno nei partiti o nelle istituzioni, quelle che ho conosciuto sono state spesso “infedeli” rispetto alla linea e pronte a scartare rispetto alle lusinghe delle cariche e dei riconoscimenti.

Trovo che questo impegno e capacità di dare conto delle proprie posizioni con forza renda più forti anche la ricerca di libertà delle altre e degli altri, anche di chi non condivide i contenuti di queste battaglie. Come ho già detto, allo stesso modo in cui è un presidio per la libertà di tutte e tutti il lavoro di chi parla di sessualità, desiderio, post-porno, anche per chi non sente l’esigenza di queste lotte di liberazione. Come è un contributo alla libertà di tutte e tutti la presenza di un movimento di lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali, anche per chi non ne condivide le battaglie. Perché, per il fatto stesso di esserci e condurre quelle battaglie sul piano pubblico, queste attiviste e attivisti offrono l’esempio di esistenze e movimenti impegnati nella ricerca della libertà e offrono vie di elaborazione politica e comune dei vissuti.

Credo che il problema non sia l’essere dopo, ma l’essere insieme, nello stesso tempo e spazio politico; Bonomi Romagnoli dice a proposito dell’incontro di Firenze: «A Firenze in questi giorni ho imparato a non accentuare il conflitto generazionale, perché è vero che i nuovi femminismi sono abitati anche dalle donne delle generazioni precedenti». E i “vecchi” femminismi, aggiungo, sono abitati anche dalle nuove generazioni. E tutti questi diversi femminismi convivono.

 

Difetto d’amore e autorità. E ancora sul potere.

Andiamo alla terza ipotesi di Muraro su che cosa sia l’osso da mollare: ciò in cui ha mancato il femminismo di quella generazione nata tra il 1935 e il 1955 sarebbe l’amore inteso non come amore sentimentale ma come componente della passione politica, una mancanza di amore per le imprese delle altre donne.

Essere riconosciute/i dalle altre e dagli altri per quello che siamo e facciamo è sia un desiderio profondo sia un bisogno, ma in modo diverso.

La mia pratica politica in gruppi misti e femministi è iniziata poco dopo il 1992. Allora e dopo ho incontrato donne “degli anni settanta” molto diverse tra loro. Alcune hanno riconosciuto le mie capacità, mi hanno aiutato nel coltivare interessi e desideri, altre no, non ci siamo riconosciute.

Che alcune di loro riconoscessero le mie qualità l’ho molto desiderato, in alcuni casi è avvenuto, in altri, nonostante il mio impegno, no.

La differenza tra il desiderio e il bisogno di riconoscimento è che il desiderio era rivolto a persone ben precise, quindi soggetto alla frustrazione del non incontrarsi, il bisogno, per quanto più stringente, poteva essere soddisfatto da altre/altri.

Ribadisco quanto dicevo: che in generale le femministe del pensiero della differenza sessuale (penso a Muraro e a Diotima) non occupano posti di potere, ma non voglio passare sotto silenzio il fatto che, pur non rivestendone, la stima di cui godono, una certa attenzione da parte di alcuni giornalisti e giornaliste, i rapporti col mondo delle lettrici e dei lettori, nonché dell’editoria, dell’università etc. configurano rispetto alle giovani studiose o ai gruppi politici meno conosciuti una posizione di rilievo e “di potere”, nel senso di una maggiore evidenza e della possibilità privilegiata di accesso al pubblico. È naturalmente una scelta libera, ma anche politicamente significativa, se utilizzare questa possibilità anche per far conoscere e presentare gruppi ed esperienze politiche o di studio non nate all’interno del pensiero della differenza sessuale.

Ognuno si assume le sue responsabilità. Non ci sono risposte precostituite o obbligate. E fare delle scelte implica anche fare delle valutazioni di merito sul lavoro politico e teorico altrui.

La relazione tra gruppi e singole non è obbligatoria, non può essere pretesa. E ogni scelta ha pro e contro.

Però è solo nella relazione – che non sempre è quella personale e diretta, può essere quella con un pensiero, un’autrice, un autore – che accade ciò che a me ha insegnato il femminismo: il riconoscimento dell’autorità a una donna o a un uomo.

Il fulcro e il potere trasformativo dell’autorità è in chi riconosce autorità: alicui auctorem esse, cioè essere un’autorità per qualcuno. Quando sono in questa condizione, quando riconosco il di più di sapere di un’altra o di un altro, posso cambiare me stessa, migliorarmi, cambiare una parte di mondo. Se riconosco questo di più di sapere, mi sono già messa nella condizione di confrontarmi con ciò che non mi è familiare, che mi è estraneo, che è nuovo. Sono nella posizione per imparare, apprendere, fare esperienza.

Tutti e tutte abbiamo bisogno di imparare da chi sa più di noi, di avere maestre e maestri. Ma non si hanno maestri e maestre che ci insegnano tutto; ci insegnano quello che sanno più di noi, non saranno nostre maestre e maestri per sempre e non in tutte le occasioni.

 

Libertà e conflitto

Non mi spiego alcune accuse di autoritarismo e autoreferenzialità fatte ad autorevoli pensatrici e pensatori, se non in un gioco in cui l’autoritarismo e l’autoreferenzialità corrispondono ad una richiesta di autorizzazione non concessa. Ma questa è l’autorità dell’ipse dixit, non quella proposta dal pensiero della differenza sessuale. Se elaboro un pensiero e se riconosco autorità a te, devo impegnarmi a capire il tuo pensiero e a relazionarmi ad esso e capirò anche che ci sono istanze, pensieri che mi sono indispensabili e che tu (filosofa, pensatrice, autorità per me) non puoi pensare al posto mio; sarà questa la mia impresa di pensiero, in cui proverò a fare tesoro delle altre esperienze di pensiero.

D’altro canto sarebbe triste se una grande pensatrice o un grande pensatore non riconoscessero nella realtà presente nessuna/o da cui imparare qualcosa, nessuna maestra/o. Sarebbe triste perché il suo pensiero sarebbe statico, ma è possibile, come non è un obbligo la relazione.

E d’altro canto si è autorevoli per qualcuno quando si è in relazione, pur rimanendo la relazione una scelta libera.

Questi gruppi di femministe possono anche non essere in relazione tra loro, e non ne hanno alcun obbligo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e a tutti che nessuno di questi femminismi è nemico per l’altro. Se c’è un nemico è la società post-patriarcale che ingabbia donne, uomini, singole e singoli.

Un’attenzione politica che invece ci dobbiamo è riconoscere le differenze tra femministe e, dove necessario, esprimere e agire il conflitto, riconoscendo però, pur nel conflitto, che queste femministe e attiviste, quando sono corpi politici scomodi, siano quelle del pensiero della differenza sessuale o quelle del post-porno, quando cercano con le loro azioni e pratiche di affermare la loro libertà, contribuiscono alla mia e quella di tutte e tutti.

Da questo punto di vista e nelle questioni di libertà non c’è e non può esserci questione di osso da mollare: di libertà o ce n’è per tutte e tutti o non ce n’è abbastanza. Coltivare l’amore e il rispetto delle imprese delle altre è un tassello importante. Per cambiare noi stesse prima che i rapporti di potere nel mondo.

 

 

 

Riferimenti:

Noi femministe distanti dalle donne, di Giovanna Pezzuoli

http://archiviostorico.corriere.it/2014/dicembre/07/Noi_distanti_dalle_donne__co_0_20141207_59af9f5c-7ddd-11e4-ba8e-9177c3a4f3ef.shtml

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-femministe-distanti-dalle-donne/

Tra i commenti quello di Barbara Bonomi Romagnoli, Un muro di gomma

 

Smettiamo di pensare che siamo «altre» (e quindi «meglio») per natura

di redazione La27ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/smettiamo-di-pensare-che-siamo-altree-quindi-meglio-per-natura/

Interventi di Luisa Pronzato, Cara Muraro, la forza delle donne è la libertà di idee anche distanti

Elena Tebano, Il pensiero della differenza? Non sono sicura che ci aiuti a essere più libere

 

Abbatto i muri

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/12/08/per-le-femministe-della-differenza-ci-avete-prolassato-lutero/

Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero! Con l’intervento di Irene Chias.

 

Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi

di Luisa Muraro

http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/

 

[1] In coda a questo testo sono riportati i link agli interventi e agli articoli che hanno animato la polemica.

[2] H. Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 1998, p. 128, nel paragrafo Il rivelarsi dell’agente nel discorso e nell’azione (pp. 127-132).

[3] Cfr. Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 75: «L’opposizione fra ciò che in noi è innato e ciò che è acquisito, fra il biologico e il culturale, il naturale e lo storico, e altre imparentate a queste, hanno una validità limitata. Non valgono dal punto di vista del venire alla vita e al mondo; da questo punto di vista tutto è innato e tutto è acquisito. […] Ebbene, qualcosa di simile è sostenibile anche per l’opposizione fra logico e fattuale. C’è un punto di vista in cui necessità logica e fattuale cessano di opporsi e sono una stessa necessità. […] Dicendo questo non intendo cancellare la distinzione fra logica e realtà di fatto, sarebbe assurdo; voglio piuttosto mettere un ponte fra le due».

[4] Cfr. A. Cavarero, Dire la nascita, in AA.VV., Diotima. Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1990, p. 93.


(www.libreriadelledonne.it;15 aprile 2015)

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