11 Febbraio 2021

Una scienziata “partigiana”

di Valeria Fieramonte


Proponiamo la testimonianza di Valeria Fieramonte su Laura Conti (1921-1993), pubblicata in Marina Santini e Luciana Tavernini (a cura di), Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova, 2015, p. 100). Valeria Fieramonte, giornalista scientifica che ha conosciuto profondamente Laura Conti, ha appena pubblicato La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia (Società per l’enciclopedia delle donne, Milano, 2021), una biografia amorosa in cui ne narra la vita dall’infanzia al campo di concentramento di Bolzano, dall’impegno politico alle scoperte e al lavoro di medica e divulgatrice. Una biografia che dà ampio spazio ai contributi scientifici di Laura, confrontandoli con i più recenti studi. (Ndr)


Ho conosciuto Laura Conti alla fine degli anni Sessanta in una sezione del Partito Comunista Italiano: era la prima volta che mi capitava di ascoltare, in una sede politica, un approccio ai problemi basato sulla curiosità scientifica e su una grande massa di dati.

Mi lasciò subito un’impressione indelebile, rafforzata dal fatto che era circondata da un’aura di prestigio e stima palpabili: nel PCI di quegli anni non era ancora andata persa la memoria emotiva del periodo di guerra e lei era portata in palmo di mano come tutte le partigiane. Era molto bella coi suoi capelli biondo ramati e gli occhi azzurri e, forse per questo, durante la Resistenza, le avevano assegnato il compito di “adescare” repubblichini per convincerli a disertare dalla Repubblica di Salò.

Era molto umana, caustica, anticonformista, anticipatrice. È stata una scienziata atipica: al ritorno dal campo di concentramento di Bolzano ha fatto dell’impegno politico la sua principale scelta di vita. Era capace di opporsi, da sola, a mozioni di interi consigli regionali perché infarcite di errori scientifici, come avvenne per Seveso, ma ben lontana dal mitizzare gli ambienti scientifici e fortemente critica dei legami tra scienza e potere. Prima di altri ha saputo intuire l’importanza delle tematiche ambientali, tanto da fondare la Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, senza tuttavia indulgere a estremismi. Una volta gli animalisti minacciarono di assaltarle la casa per i suoi “reati di opinione”.

Laura divenne nota al grande pubblico dopo lo scoppio dell’ICMESA, il 10 luglio del 1976. La sua fu una battaglia appassionata e senza tregua, su come esperti, autorità politiche e militari avrebbero dovuto trattare i disastri ambientali. Il suo libro Visto da Seveso è un “discorso sul metodo”, un tentativo, rimasto largamente inascoltato. Come faceva sempre, ai saggi politici o scientifici accompagnava romanzi, dove poteva meglio mostrare le emozioni e la sua grande ricchezza percettiva. Nel caso di Seveso il romanzo è Una lepre con la faccia di bambina. La metafora della lepre è legata al labbro leporino, la più evidente malformazione da diossina. All’epoca il romanzo ebbe molto successo, e lo meritava.

Fondamentale fu la sua polemica con la Commissione Medico Epidemiologica. Il documento sulla valutazione del rischio da diossina in gravidanza non considerava il danno della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice e non una persona con la salute da salvaguardare, una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma indifferente ai propri rischi. Per Laura Conti ogni regolamentazione legislativa che non riconosca la facoltà delle donne di decidere in merito all’accettazione della maternità, crea situazioni drammatiche e talvolta indecorose.

Laura non era soltanto una divulgatrice, rielaborava costantemente e studiava tematiche biologiche, apportando un suo contributo originale di grandissima lungimiranza. Era a tutti gli effetti anche una biologa teorica e aveva capito già allora l’importanza fondamentale del contrasto all’inquinamento dell’aria.

È morta nel 1993.


(www.libreriadelledonne.it,11 febbraio 2021)

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