18 Maggio 2015
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8 COSE CHE HO IMPARATO DA VANDANA SHIVA

di Isabella Fava

 

«Non c’è posto dove non si possa seminare la speranza». Delle parole di Vandana Shiva ho deciso di fare tesoro.

 

L’ho incontrata due giorni fa a Milano, alla Libreria delle donne, e questa frase l’ho portata a casa insieme al suo grande sorriso, all’immagine rassicurante, alla semplicità del suo messaggio.

 

Vandana indossa il sari, il tipico abito delle indiane, e ha un bindi rosso sulla fronte, sul sesto chakra, quello della saggezza nascosta. Nei suoi discorsi c’è il mondo. Parla di Terra Madre, che ci nutre e dà la vita, di donne che trasmettono sapere, di nuova democrazia, di un’economia che rispetta la natura, di un manifesto, Terra Viva, che è stato elaborato insieme ad altri venti esperti ed è stato presentato qualche giorno fa proprio qui, a Milano.

 

È arrivata in Italia come ambasciatrice del parco della biodiversità all’Expo. Ha piantato semi di okra, zucca e melone insieme alle Donne in campo della Confederazione italiana agricoltori, ha dispensato abbracci e sorrisi. Non è stata risparmiata dalle critiche. E a sua volta ha criticato: le multinazionali presenti all’Esposizione universale «che coi loro brevetti “avvelenano” il pianeta».

 

Vandana, 61 anni, studi negli Usa, è un’attivista che combatte per un mondo migliore, per sconfiggere la povertà e lo sfruttamento dei piccoli agricoltori. Per far capire alla gente che questo sistema economico, non sostenibile, dove tutto diventa merce e profitto, ci può portare alla distruzione. Il suo ultimo libro, appena pubblicato, è Chi nutrirà il mondo (Feltrinelli). I suoi modelli, dice, sono Einstein, per il fatto che è laureata in fisica, ma anche perché le ha insegnato a pensare in grande, e Gandhi «per la sua determinazione nel non accettare mai la violenza». E nel pomeriggio che ho passato ascoltandola ho appreso alcune cose. Eccole:

 

  1. Mangiamo male – Bella forza direte voi. Eppure qui non si tratta solo di junk food. Si tratta di semi e prodotti della Terra che scompaiono, di colture “artificiali”, di diserbanti che uccidono il terreno, di Ogm, di globalizzazione che rende tutto uguale in ogni parte del mondo. Di un’agricoltura che considera il cibo come merce e profitto, che ci avvelena, ci rende grassi e malati. E non di qualcosa che serve a nutrirci e a farci stare bene.

 

  1. Le donne sono potenzialmente fortissime – Le donne tramandano conoscenza, sono creative, non sono passive, dice Vandana. «Sono le massime esperte mondiali di biodiversità, di nutrizione e di quelle pratiche economiche che consentono di produrre tanto con poco». Lo fanno da sempre. Si prendono cura, danno da mangiare. Ma in questo sistema industriale ed economico globalizzato il loro sapere deve essere perso in grande considerazione al più presto.

 

  1. Non abbiamo bisogno di tutte le cose di cui ci circondiamo – Alla mia domanda se il sistema agro-ecologico che lei professa possa conciliarsi col progresso tecnologico e la modernità, Vandana mi ha risposto lapidaria: «Se per modernità intendi comprare una camicetta nuova a ogni stagione e poi buttarla via, quella non è modernità: è vivere irresponsabilmente. Ed è molto primitivo. Il consumismo, il buttare via il cibo, la gente che si spara, i nostri fratelli che affogano in mare… Tutto questo non è moderno. Sai cosa lo è invece? Cercare di cambiare il sistema, dove sono gli altri a controllare le nostre vite, diventare ecologicamente responsabili e smetterla con queste false idee di modernità».

 

  1. Questo tipo di economia ci porta alla brutalizzazione – Vandana dice che c’è un collegamento fra l’economia “violenta” e la violenza sulle donne (a Nuova Delhi solo nel 2014 ci sono stati 1.700 stupri). «Non è che non ci fosse prima questo tipo di delitto, ma la frequenza e la brutalità sono nuove» spiega. Perché è successo? «Perché la globalizzazione è la mercificazione di tutto, incluso le donne, che diventano oggetti da sfruttare. Non solo: il sistema in cui viviamo porta brutalizzazione a tutti i livelli, e il peso ricade sulle donne. Che però oggi reagiscono con forza, si sollevano».

 

  1. Anche da una foglia si può imparare – L’erba che viene schiacciata ritorna su, togliamo le foglie dagli alberi e poi ricrescono. La forza che c’è in quella foglia, dice Vandana Shiva, è la stessa che per natura abbiamo anche noi. E che ci può portare a reagire.

 

  1. Non bisogna pensare in negativo – Nonostante il panorama sia devastante, Vandana è ottimista «perché non mi pongo il problema di quello che potrà succedere tra 5 o 10 anni: le cose cambiano e non posso sapere cosa diventeranno. Io mi pongo il problema del qui e ora. E di quello che posso fare adesso per cambiare la situazione».

 

  1. Ognuno può scegliere e creare delle alternative – L’Expo? Sta a noi farlo diventare un’occasione per poter riflettere su quello che sta succedendo nel mondo. È vero: il sistema economico dominante sta chiudendo tutte le opzioni, ma non vuol dire che non ci siano alternative. Sta a noi cambiare e dare forma a realtà diverse. Siamo noi che diamo una forma al futuro.

 

  1. Quello che ci può salvare è un seme – Il seme è vita, è diversità, permette alla vita di evolversi e alla Terra di combattere la fame e ai piccoli agricoltori di sopravvivere. «Il lavoro con i semi e la biodiversità, con il suolo e con l’acqua, in accordo con le leggi della natura e dell’ecologia, è la base per la produzione del cibo» scrive Vandana Shiva nel suo libro. Per questo nel 1987 ha fondato Navdanya, un movimento che si prefigge la salvaguardia dei semi, la difesa della biodiversità e la diffusione di metodi ecologici in agricoltura.
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