27 Luglio 2014
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Cara Luisa Muraro, mi spiego meglio

di Paola Rizzi

 

Cara Luisa Muraro,

partiamo dal fondo, e cioè dal fatto che Metro, giornale gratuito a larga diffusione, ha scelto di dare alla decisione della Chiesa Anglicana di consentire alle donne di diventare vescove tutta la prima pagina, con il titolo “Pari Opportunità”.  Una scelta opinabile ma di cui sono piuttosto fiera: tra le tante notizie di quel giorno la maggior parte dei quotidiani ha aperto sull’eterno dibattito delle riforme, ossia il solito rimpallo di dichiarazioni di questo o quello, nel caso uno scontro al testosterone tra Grillo e Renzi e non mi dispiace affatto che Metro invece abbia preferito dare rilievo ad una notizia che riguarda le donne e il dibattito vivo all’interno di una Chiesa, purtroppo non la nostra, sulle questioni di genere. Il titolo poi, pari opportunità, descrive un fatto, per alcuni persino una buona notizia, per me lo è, mentre per te non lo è. Ma in ogni caso una notizia che racconta un cambiamento in atto.

Venendo al mio commento, inutile girarci intorno, un po’ mi fa male che a te, filosofa e maestra di pensiero, non sia piaciuto. Se tocca spiegare quello che si voleva dire, evidentemente non ci si è spiegati bene. Però il tema è importante e ci riprovo. Pensavo di aver scritto una piccolissima cosa che con una rappresentazione plastica, cioè la difficoltà che ancora abbiamo a coniugare parole e ruoli inediti per le donne (vescovo, vescova, cappellano, cappellana), raccontasse l’esperienza sideralmente diversa dalla nostra quotidianità di una donna immigrata che in Gran Bretagna forse diventerà vescova. E come questa difficoltà linguistica nasconda una resistenza oggettiva, non mia ma collettiva, a pensare in un modo “differente” e aggiornato i ruoli e il posto delle donne all’interno della società. Sbaglio?

Che non sia un problema solo mio, lo testimonia la pubblicazione di un manuale rivolto a chi si occupa di comunicazione come “Donne, grammatica e media” a cura dell’associazione di giornaliste Giulia, stilato dalla linguista Cecilia Robustelli che ho intervistato sempre per Metro, due giorni dopo (una pura coincidenza). Chi fa il duro sporco lavoro di cronista, lo sa: fuggire dagli stereotipi, dalle scorciatoie linguistiche più rapide e “orecchiabili” impone una disciplina e uno sforzo costante di vigilanza su se stessi e sugli altri, perché nella vita reale è un continuo e velocissimo andare avanti e indietro tra nuovi ruoli e vecchie parole, tra forzature linguistiche  e resistenze. Raccontare questa difficoltà onestamente in un articolo su un giornale popolare serve semplicemente a portare in primo piano un problema vero, concreto e francamente credo non così agilmente liquidabile come una mancanza di coraggio o peggio come un “mio nascondermi” dietro i provinciali standard italiani. Direi anzi il contrario.

Con immutata stima e ammirazione.

 

 

(Contromano, 27 luglio 2014)

 

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