di Antonella Nappi
Alla Casa delle donne di Milano, mercoledì 21 gennaio si è tenuto un incontro organizzato dal gruppo di autocoscienza aperto a tutte le socie, dal titolo “Come liberarsi dal fascino del potere nelle relazioni tra donne?”.
Purtroppo mi sono ammalata e non ho potuto partecipare, ma avrei voluto dire delle cose e le scrivo qui. Avevo già avuto occasione di dire che l’espressione “fascino del potere” non mi corrispondeva.
Io ho un senso di responsabilità rispetto all’avere un potere su altri che mi pesa molto. Penso di aver avuto un potere: io ho insegnato agli adulti e facevo gli esami. Avevo sempre paura di non essere abbastanza stimolante per la loro discussione e ricerca di sapere, indipendente dalle mie opinioni. Per non approfittarmi dell’essere il motore dell’esperienza, con loro mi domandavo continuamente se avevo aperto a sufficienza, ancora e ancora, alla discussione delle loro idee, mentre con le amiche mi permettevo un confronto più schietto.
Lo penso anche per la Casa delle donne, approfittarsi per rinsaldarsi nelle proprie idee personali o di gruppo mi sembra terribile, bisogna guardare a uno scopo molto più alto: la creazione di un sapere che prima non c’era e che creiamo con materiali preziosi, di studio ed esperienza proprio assieme alle socie.
Il 17 gennaio, sempre alla Casa delle donne, ho assistito al film La battaglia di Algeri, primo della “Trilogia di resistenza” presentata da Maria Nadotti e dal gruppo Gaza. E sono ripiombata nei primi anni Sessanta e fino al femminismo della fine dei Sessanta. La violenza come pratica politica l’ho subita con la mia adesione alla piazza maschile, era l’unica contestazione che conoscessi, ma in effetti nel PCI si era più colti, sempre però estremamente maschilisti: esisteva solo la teoria; le nostre esperienze, i nostri sentimenti non erano mai argomenti di riflessione. L’autorità gerarchica negava lo sviluppo della mente e della relazione politicamente creativa. L’incontro tra donne per parlare di noi stesse e ricercare, parlare qualche volta di noi nello studiare la storia umana, è stato rinascere.
Alla Casa il 17 gennaio eravamo poche: trenta persone, non la folla dei bei film, pur essendo La battaglia di Algeri un film grandioso, cinematograficamente parlando. Il contenuto? Il sacrificio di sé, l’unità per arrivare allo scopo di vincere una battaglia di indipendenza dallo sfruttamento dell’imperialismo. Tortura, sofferenza, negazione del piacere possibile di vivere e lottare con modalità pacifiche per se stessi oltreché per i ricchi francesi sfruttatori. Solo contrapposizione e dolore fisico per vincere, vincere totalmente e presto. Il convincimento era quello della resistenza al dolore e alla morte. Mi sono guardata in giro, forse le nostre amiche pensavano fosse l’epoca a richiederlo o la lotta ancora tanto presente nel mondo maschilista? Io no, non sono proprio d’accordo ad essere senza corpo, né pensiero, né sentimento. Bisogna far crescere consapevolezze diverse senza forzare con violenza, ma forzare con sentimento la collaborazione. È, il mio, tutto il convincimento alla collaborazione possibile.
(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2026)

