6 Ottobre 2023

Femminismo: una visione altra della guerra

di Silvia Baratella


Intervento all’incontro Tre giorni per la pace a Milano. Contro l’invio delle armi, per una trattativa di pace, svoltosi al C.I.Q., Centro Internazionale di Quartiere di via Fabio Massimo, 19. Prima giornata, 22 settembre 2023, con presentazioni di Nadia Schavecher, Coordinamento per la Pace – Milano e Manuela Valenti, responsabile della divisione di pediatria di Emergency. Il video dell’intero incontro è visibile qui.


Poiché questa prima giornata è dedicata alla denuncia – io non avevo pensato il mio intervento in questi termini – se devo denunciare qualcosa è la “questione maschile”. Voi sapete che dalla fine dell’Ottocento per tutta una metà del Novecento e oltre si è parlato della “questione femminile”. La questione femminile consisteva nell’interrogarsi su come mai le donne fossero meno istruite, meno occupate, meno retribuite e meno presenti nella vita pubblica. In realtà c’era poco da domandarselo, la risposta era una: perché gli uomini le escludevano, con la forza e con le leggi. Questa semplicissima risposta, però, porta alla vera domanda: perché mai gli uomini lo facessero, e alla vera “questione”, che è la “questione maschile”. La questione maschile non è risolta. È dietro alla violenza maschile contro le donne, all’organizzazione capitalista dell’economia, alla concezione dell’ambiente come terreno di conquista da saccheggiare, alla scienza a compartimenti stagni iperspecialistici che non confrontano con altre discipline l’impatto del loro operato. La questione maschile è anche la guerra. Per come si è sviluppata la nostra storia, la guerra è stata un’invenzione maschile; questo non vuol dire che agli uomini piaccia. La maggior parte di loro non vorrebbe saperne di andare in guerra. Ma non è stata né inventata né codificata dalle donne.

Nel 1940 Virginia Woolf scriveva1 che bisogna trovare in alternativa alla guerra altre «occupazioni onorevoli per gli uomini onesti». Questa cosa è ancora vera. Come ha osservato la mia amica Clara Jourdan, aprendo un incontro contro la guerra alla Libreria delle donne2, nelle piazze principali di tutti i paesi italiani c’è un monumento ai soldati (non ai e alle civili) caduti in guerra, si considera ancora un onore per gli uomini onesti morire da soldati sacrificandosi per il bene del paese. Nulla ricorda invece le vittime degli incidenti sul lavoro, che pure si sono sacrificate per produrre tutto ciò che ci serve per vivere o per vivere meglio, e quindi ancor più per il bene del paese. Da qui si vede quanto ci sia bisogno di ribaltare il concetto di “onore”. Un altro esempio di come la concezione dell’onore dettata dalla questione maschile sia trasversale: quand’ero giovane i miei amici rivoluzionari esaltavano la figura di Ernesto Che Guevara, non tanto per la particolarità del suo pensiero politico, bensì perché era «morto con le armi in pugno». Io provavo perplessità per questo. Sia perché avrei preferito che non si facesse ammazzare, sia perché consideravo la sua morte come il tragico esito di un errore politico: non aver colto che in Bolivia il suo progetto non aveva radici, aver cercato di suscitare artificialmente un movimento rivoluzionario. Ebbene, alle mie prime elezioni politiche, nel 1983, ero scrutatrice. Tra gli altri componenti del mio seggio c’era un militante del MSI che non faceva mistero delle sue opinioni e del suo anticomunismo assoluto. Disprezzava tutti i comunisti, con un’eccezione: Che Guevara. «Lui lo ammiro perché è morto con le armi in pugno». Lo diceva con le stesse identiche parole dei miei compagni rivoluzionari, lo stesso motivo per cui lo ammiravano a sinistra: solo perché era morto “onorevolmente”, non per come volesse trasformare il mondo. Ed è questa trasversale cultura dell’“onore” che denuncia Virginia Woolf: l’opzione distruttiva/autodistruttiva della morte in combattimento è considerata più forte e più valida eticamente delle opzioni di pace. E questa concezione io la attribuisco a una cultura patriarcale che in parte è sopravvissuta a sé stessa, in parte no.

Il patriarcato come sistema di pensiero che faceva ordine, grazie al femminismo ha perso di credito e ha smesso di fare ordine nella testa della gente. Finché reggeva, la guerra di conquista era apertamente considerata un’impresa legittima e gloriosa. Oggi per fortuna non più. Oggi neanche chi manda i soldati in guerra osa più dire che è giusto conquistare un altro paese e sottometterne la popolazione. Si tratta lo stesso di guerre di conquista, e di sterminio delle popolazioni civili, come ci ha raccontato Manuela Valenti3 nel suo intervento, ma per farle digerire alle opinioni pubbliche bisogna chiamarle “umanitarie”, “di difesa”, addirittura dire che si tratta di “resistenza” (io ho sempre creduto che la resistenza fosse un movimento spontaneo, e il vocabolario mi dà ragione, ma adesso si usa per definire uno Stato con un esercito regolare che sospende il regime democratico e arruola a forza gli obiettori), “esportazione della democrazia”, “denazificazione”. Tutte mistificazioni da smantellare, pericolose perché mirano a rendere accettabile l’inaccettabile. Però, altra osservazione di cui sono debitrice a Clara Jourdan4, dimostrano che la guerra ha perso ogni legittimità agli occhi delle popolazioni, al punto che oggi, pur con tutta la retorica sulla “resistenza” ucraina e la quasi totalità delle forze politiche del nostro paese schierata con la NATO e favorevole a mandare armi all’Ucraina, i sondaggi di opinione mostrano che la maggior parte delle italiane e degli italiani è contraria. È un passo avanti contro la cultura della guerra, piccolo poiché non riesce a fermare il massacro, ma un punto importante da cui ripartire. E bisogna far sì che questa consapevolezza diffusa ci spinga a considerare che le occupazioni da considerare “onorevoli per gli uomini onesti” non possono più comprendere la guerra.

E le donne? Abbiamo parlato della loro lunga esclusione dagli spazi pubblici e decisionali. Si può usarla come un’opportunità. Lo dirò con le parole di Carla Lonzi, autrice nel 1970 del Manifesto di Rivolta femminile, in cui scrive: «La differenza femminile sono duemila anni di assenza dalla storia: approfittiamo dell’assenza». L’assenza ci consente di posizionarci al di fuori e di assumere un punto di vista nostro, uno sguardo libero dai vincoli sociali che legano gli uomini tra loro. Noi non siamo tenute a aderire a un ruolo sociale che prevede di partire per la guerra a comando e di essere stigmatizzati se ci si sottrae alle prove di forza, e così abbiamo una possibilità in più di pensare fuori dagli schemi. Ma è una possibilità, non una certezza né una predestinazione. Ci si riesce se si parte da sé anziché da quello che ci viene detto, e se si sta in relazione con altre donne. Non è scontato, ci vuole la scelta consapevole di assumere la propria parzialità come una risorsa. Non c’è un pacifismo femminile innato.

E lo vediamo con delusione adesso che le donne sono dappertutto, meno degli uomini ma comunque in tutte le posizioni: alla guida della Banca Centrale Europea, della Commissione europea, di diversi governi dell’Unione. Donne come Sanna Marin, ministra capo della Finlandia fino a giugno 2023, Kaja Kallas, prima ministra dell’Estonia, e Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione, che si erano insediate facendo riferimento all’orgoglio di essere donne e talvolta esplicitamente al femminismo. Ci aspettavamo da loro che avrebbero frenato o invertito la tendenza a (non) risolvere le controversie con la guerra. Invece abbiamo visto addirittura due paesi come la Svezia (neutrale da due secoli) e la Finlandia (neutrale da circa ottant’anni), guidati da donne al momento dello scoppio del conflitto russo-ucraino, presentare istanza di ingresso nella NATO e schierarsi buttando via una lunghissima e preziosa tradizione di neutralità. Lo avrebbero fatto degli uomini al loro posto? Lo hanno fatto come l’avrebbero fatto quegli uomini? O per motivi differenti? È accaduto semplicemente perché è toccato a loro trovarsi lì nel momento in cui si compiva un processo già in atto (per esempio trattative già avviate con la Nato), e quindi non si sono differenziate dai loro colleghi maschi? Oppure sono state mosse da qualcosa che non avrebbe toccato gli uomini, forse hanno ceduto al panico che la guerra si espandesse sui loro territori, contro le loro popolazioni, e hanno pensato che la Nato rappresentasse una protezione? Di certo so solo che non hanno saputo o voluto radicarsi nella loro differenza, non hanno saputo approfittare dell’assenza dalla storia e sono entrate a piè pari nelle regole del gioco maschili.

Ma come avrebbero potuto fare a radicarsi nella loro differenza? Facciamo un esempio di donne che ci sono riuscite. Non riguarda propriamente una guerra ma l’opposizione a una delle più sanguinarie dittature del XX secolo, quella argentina. Parlo delle Madres de plaza de Mayo. Hanno totalmente ignorato le dinamiche e gli schemi della politica maschile. Non hanno giudicato le posizioni politiche di regime o contro il regime, non hanno fatto considerazioni religiose o ideologiche o di compatibilità. Sono partite da sé, dalla propria esperienza di madri a cui erano spariti i figli, le figlie e hanno semplicemente detto “li rivogliamo indietro”. «Vivos los parimos, vivos los queremos», li abbiamo partoriti vivi e vivi li rivogliamo, è stato il loro noto slogan. Una verità semplicissima, incontrovertibilmente giusta, che ha tolto legittimità al regime agli occhi della popolazione e del mondo, aprendo una crepa insanabile nell’immagine della dittatura.

La luce che hanno gettato su di essa e sulla storia recente dell’Argentina è stata tale che ha condizionato il dopo-dittatura, aprendo uno spazio per la verità e la memoria che non si è aperto per esempio nel vicino Cile. Ho assistito in occasione dell’11 settembre, il cinquantennale del colpo di stato del 1973 in Cile, a un dibattito in collegamento da remoto con un ex-dirigente del MIR, Movimiento de Izquierda Revolucionaria, ex-esule in Italia. Uno dei presenti gli ha chiesto di questa differenza con l’Argentina, osservando che in Cile sembra esserci una tendenza alla rimozione della storia del colpo di stato e della dittatura e una difficoltà maggiore a lasciarsi alle spalle le sue conseguenze. Non c’è la stessa capacità di coltivare la memoria storica che c’è in Argentina, dove tra l’altro alcuni dei responsabili dei crimini della dittatura sono stati processati e condannati. Mentre parlava io pensato: «Beh, è perché in Argentina ci sono state le Madres de Plaza de Mayo». Ma intanto lui continuava e chiedeva: «Perché in Cile non ci sono state le Madri di Plaza de Mayo?», con quella che ho visto come una strana torsione, un’inversione della causa con l’effetto. Lui si figurava che in Cile fosse mancato un ingrediente della politica tradizionale dell’opposizione, presente invece in Argentina, che aveva impedito sia che nascessero le Madres, sia che si facesse giustizia e si trasmettesse la memoria. Mentre invece, al contrario, l’ingrediente imprevisto che ha permesso di fare luce e giustizia sono state proprio le Madres. Sono loro che hanno reso dicibile l’indicibile, che mettendo in gioco la loro differenza hanno sparigliato le regole del gioco.

Queste donne sono diventate un tale faro da essere proverbiali. In occasione della morte della presidente dell’associazione, Hebe Pastor de Bonafini, ho letto un servizio su un giornale che raccontava come in Argentina sia nato un modo di dire: «Quando non sai cosa fare, guarda dove vanno le Madri»5. Hanno acquisito una potenza simbolica capace di orientare perché hanno fatto politica radicandosi nella loro differenza. E, attenzione, hanno fatto tutto questo senza immolarsi, senza “morire con le armi in pugno”. In qualche modo, sono state intoccabili e intoccate. Loro non sono state ammazzate, incarcerate né fatte sparire come i loro figli e le loro figlie. È quasi un mistero che il regime non le abbia toccate, come avrebbe potuto fare e aveva fatto con migliaia di persone. E in questo mistero c’è un grande potenziale della politica delle donne da usare contro la cultura di guerra. Non è il primo episodio nella storia. Una cosa simile è accaduta nella Germania nazista nel 1943: un gruppo di tedesche non ebree mogli di ebrei rastrellati presidiò per una settimana l’edificio in cui i mariti erano stati rinchiusi, in Rosenstraße 2/46, e alla fine i mariti furono rilasciati. Benché minacciata di sgombero, la manifestazione non fu mai repressa, e questo in pieno nazismo e in piena guerra mondiale, quando si subivano terribili conseguenze per molto meno. Quando le donne agiscono partendo da sé e dalla propria differenza, fuori dagli schemi, possono prodursi dei risultati inattesi. Sono esempi da seguire per contrastare la cultura della guerra. Sradicare la cultura della guerra può sia prevenire nuove guerre, sia condizionare il modo in cui si esce da una guerra in corso, così come in Argentina ha influenzato l’uscita dalla dittatura. 

Per concludere, quindi, cosa si può fare? Se per noi donne si tratta di continuare a partire da sé in relazione con le altre per continuare a inventare pratiche politiche, per gli uomini è essenziale superare la “questione maschile”, cioè mettere da parte la convinzione di riassumere in sé l’umanità tutta, riconoscere e ammettere la propria parzialità e imparare alcune lezioni dalle donne. Fra queste, c’è una delle pratiche che il femminismo ha inventato e sperimenta: è la pratica del conflitto. Significa che di fronte a un dissidio non si rinuncia a confliggere, non si rinuncia alle proprie posizioni, ma lo si fa con il presupposto che lo scopo non può essere in nessun caso cancellare, annientare l’altra e la sua posizione. È il contrario della logica del nemico. Se si riesce a mantenersi in questa pratica – non è semplice – a un certo punto si deve trovare una soluzione che va oltre. Si è costrette a delle schivate, a degli spostamenti, alla ricerca di strade terze che a volte danno luogo a delle invenzioni politiche altrimenti impossibili. È l’esatto contrario della pretesa di entrambi i contendenti oggi, nella guerra tra Russia e Ucraina: che il presupposto per aprire delle negoziazioni sia che l’avversario non possa neppure sedere al tavolo. La pratica del conflitto invece va agita già in tempo di pace, come alternativa a una democrazia in crisi, quella concepita come maggioranza che impone la propria posizione come unica, cancellando del tutto quelle delle minoranze.


1 Virginia Woolf, Pensieri di pace durante unincursione aerea, 1940. Edizioni italiane: in AA.VV., “Guerre che ho visto”, Libreria delle donne, Quaderni di Via Dogana – Supplemento a Via Dogana n. 44/45, settembre 1999; in V. Woolf, “Pensieri di pace”, Coppola Editore, collana I Fiammiferi, 2021.

2 Clara Jourdan, La guerra fa parte della questione maschile, 15 febbraio 2023, https://www.libreriadelledonne.it/report_incontri/la-guerra-fa-parte-della-questione-maschile/

3 Responsabile della divisione di pediatria di Emergency, presente all’incontro con un intervento sulle “Vittime collaterali della guerra”.

4 C. Jourdan, ibidem

5 Elena Basso, la Repubblica, 20 novembre 2022: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallastampa/e-morta-hebe-de-bonafini-presidente-delle-madres-de-plaza-de-mayo/

6 L’episodio storico, che ha avuto luogo dal 27 febbraio al 5 marzo 1943, è descritto nel film Rosenstrasse di Margarethe von Trotta (Germania, 2003) tratto dal libro di Nina Schroeder, Le donne che sconfissero Hitler (Pratiche 2001).


(www.libreriadelledonne.it, 22 settembre 2023)

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