7 Settembre 2022

La fragilità, il freddo e la guerra

di Umberto Varischio


È ancora estate, di giorno fa caldo, ma nella notte, con le finestre non completamente chiuse, si sentono i primi segnali dell’arrivo dell’autunno.

Mi sveglio, mi alzo e comincio a sentire che il mio corpo mi avverte che le temperature stanno, seppur lievemente, cambiando: un brivido, poi un altro, poi tutto si normalizza e come ogni mattina vorrei iniziare le mie quotidiane attività del dopo-sonno, ma sono “inverso”. Sono vissuto in una struttura sociale in cui il maschio ben difficilmente sente freddo e lo ammette, ma non è una buona giornata e quindi, invece di seppellire queste sensazioni nel profondo e stendere su di loro il velo della quotidianità, mi fermo a riflettere. C’è una punta di paura nel mio stomaco, mi sento fragile, vulnerabile, con l’età che giorno dopo giorno procede e mi avvicina alla vecchiaia. Sino a qualche anno fa la reazione sarebbe stata di fastidio: «Insomma, mi coprirò maggiormente, che cosa sarà mai!». Ma il “mal-essere” non mi lascia e la paura si lega al pensiero delle restrizioni per questa guerra non dichiarata in cui siamo immersi, che nel prossimo inverno porteranno a una diminuzione del riscaldamento e da subito a un aumento spropositato delle bollette e in generale del costo della vita. Sento un aumento di battito cardiaco e di temperatura delle mani, è l’inizio di un attacco di collera verso chi ha deciso che per vincere la loro guerra, io – poco, dato che, almeno per ora, ho sia le risorse economiche che abitative per farvi fronte – ma soprattutto alcuni milioni di uomini e di donne dovranno soffrire, ammalarsi e magari anche morire: sì, morire perché ogni anno migliaia di persone muoiono sia di troppo caldo che di troppo freddo, perché non si possono permettere, a differenza di qualche arrogante banchiere, un condizionatore o qualche dispositivo per scaldarsi. Ma provare ira, e ammettere di provarla, non basta: bisogna renderla parola e azione relazionale e collettiva, razionalizzare almeno in parte, pur senza escludere le mie emozioni, i miei sentimenti e le mie esperienze. Contrastare un uso del potere sociale e politico che, attraverso una serie di pratiche esplicite e implicite, è solo volto a esercitare il controllo sulla vita e sulla morte delle persone. E che può portare sino a legittimare, come in questo caso, l’esposizione alla morte di particolari gruppi umani e individui da parte di chi lo esercita e che dovrebbe, invece, impegnarsi a non perpetuare la guerra, ma almeno a tentare di fermarla. E non, ipocritamente, far passare le misure prese come un contributo alla “transizione ecologica”.


(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2022)


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