20 Febbraio 2026

Lettrice di Avvenire: “Vi prego, smettete di prendervela con le donne, cambiate la chiesa”

di Antonella Nappi


Avevo sentito il papa in televisione attaccare le donne come guerrafondaie per via dell’aborto. Si era appoggiato a Santa Teresa di Calcutta. Dall’attacco all’Irak, che ignorò milioni di pacifisti contrari in tutto il mondo, e dopo quello alla Libia di Gheddafi, che sino al giorno prima appariva nei media italiani come amico, sono diventata studiosa della difficile transizione ad una pratica politica di risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo, già intrapresa con il femminismo. La Chiesa cattolica per molti aspetti valorizza una educazione umanitaria, la seguo con qualche speranza nei media, ma nei rapporti con le donne è regolarmente opprimente. Quando ho letto sull’Avvenire un articolo che riprendeva il nome della guerra legandolo all’aborto al link che segue

https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/aborto-il-nome-della-guerra-che-muoviamo-contro-noi-stessi_104046, ho voluto protestare perché della guerra vera le donne sono in più modi le principali vittime. Ho voluto parlare in nostro favore anche per noi stesse che ci muoviamo su fronti anche contrapposti nel prendere coscienza. Per questo con il sostegno della redazione pubblichiamo sia la lettera originale, che Avvenire ha pubblicato solo in parte e comunque in modo efficace, sia la versione riassunta con la risposta del giornalista, che si può leggere in calce.

Antonella Nappi


«Sono una lettrice di Avvenire. L’articolo di Roberto Colombo “Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio,mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo.

Noi donne di figli ne abbiamo messi al mondo tanti nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni per fare guerra agli altri ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti: le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere. È questo riconoscimento dell’autorità femminile che dà una misura al potere maschile e questo confronto con l’altro è un limite decisivo per permettere la pace anche con tutti gli altri.

Senza misura di sé e dell’altro che ha il suo piccolo potere, le fantasie di pace non hanno valore. La vita è molteplice e anche agguerrita, in natura, in tutte le sue forme. Senza educazione alla misura e alla contrattazione tra i propri bisogni e quelli degli altri non c’è equilibrio. Non si arriva alla pace.

Sì, tuteliamo la maternità con il disarmo unilaterale, con l’assegno di vitalità ad ogni bambino nato dalla donna che lo ha creato in nove mesi di gravidanza e amato e alimentato.

Parlate di “ingiustizia nel grembo materno” quando parlate di aborto, ma le donne sono persone, non macchine per la vita, anche la loro vita va tutelata, come la nostra legislazione fa permettendo l’interruzione di gravidanza in tempi in cui ancora non si profila la realizzazione della persona umana. Imporre la gravidanza è profittarsi delle donne, non dare loro dignità.

Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “noi” nella vita delle donne, non siete “noi”, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre. Ditevi l’altro potere e veniamo a patti. Ripartite finalmente da voi uomini nel rispetto dell’altro che può fare la pace, dal riconoscimento dell’autorità femminile. Parafrasando Colombo: se voi maschi non farete la guerra a chi vi è vicino, alle donne che vi danno la vita, saprete mettervi al servizio della pace anche con chi vi sta lontano.

Evitare il concepimento, indossare una protezione se la donna ti domanda effusioni sono misure necessarie. Ma anche: i figli devono essere voluti per farli. Non siamo in un pianeta quasi disabitato come alle origini; siamo in un pianeta molto popolato che ha necessità di condividere le risorse e preservarle dal dispendio. Siamo in un paese armato da tutte quelle armi che si sono sommate nella storia e oggi ci possono uccidere tutti. La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

4 febbraio 2026

Antonella Nappi»


da Avvenire del 19 febbraio 2026

Sono una lettrice di Avvenire, l’articolo di Roberto Colombo “Se aborto è il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio, mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo. Noi donne ne abbiamo messi al mondo tanti di figli nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni a fare guerra ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti, le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere… Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “Noi” nella vita delle donne, non siete ‘noi’, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre… La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

Antonella Nappi


Ringrazio la gentile lettrice di Avvenire per aver preso in considerazione il mio commento alle parole di Leone XIV pronunciate il 31 gennaio. Hanno maggior titolo del mio il Santo Padre e la Santa Teresa di Calcutta, di cui il papa ha citato la frase oggetto di critica, per rispondere alle osservazioni della professoressa Nappi. Da parte mia, solo una brevissima nota. Le parole «il più grande distruttore della pace è l’aborto» sono uscite dall’animo e dalla bocca di una donna, Teresa, non di un uomo. Una donna la cui esistenza si è consumata al servizio delle donne (e non solo dei maschi) più povere e abbandonate di Calcutta e dei loro figli e figlie. Un servizio umile e gratuito che ha restituito alle donne, nei gesti concreti più che nelle parole, quella dignità di «persone, non macchine per la vita» che la docente chiede giustamente che sia riconosciuta. Una dignità umana che possiede anche chi vive per nove mesi nel ventre della madre.

Roberto Colombo


(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2026)

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