di Massimo Lizzi
Quando una persona muore la mia reazione istintiva è il silenzio. La morte mi appare tragica e irrimediabile e non c’è parola che possa consolare o restituire il senso della vita di chi non c’è più. Le parole sono inadeguate. Ma se alla morte di lei tutti rimanessero in silenzio, l’effetto sarebbe terribile. Anche il silenzio è inadeguato. Sarebbe come rinunciare a dare segni di vita, perché lei non è più viva.
Dagli anni ’80 Luisa Muraro è stata, per me, tra le firme più importanti. Leggevo sempre i suoi articoli, anche senza capirne molto. Era già tra le personalità più autorevoli del femminismo italiano. La mia inclinazione a individuare in un gruppo il leader mi portava a considerarla così. La sua influenza andava oltre il femminismo. Il Partito Comunista Italiano, dove io militavo, scriveva la Carta delle donne (1986) ispirandosi al pensiero della differenza sessuale. Era uno sforzo di adattamento, perché la cultura comunista proveniva da una tradizione molto diversa. Noi, certo, non sputavamo su Hegel.
Negli anni successivi, quando l’attivismo iniziava a usare Internet, il conflitto tra i sessi occupava uno spazio sempre più grande, anche per impulso del “backlash” che prendeva a bersaglio il femminismo egualitario e rivendicativo. Citare Luisa Muraro aveva un effetto spiazzante. Con gli scandali berlusconiani e l’introduzione della parola femminicidio, quello spazio è cresciuto ancora.
Attraverso la rete, nel clima di lotta alla violenza sulle donne, con una mia amica, entrai in contatto con la Libreria delle donne e conobbi Luisa Muraro. Luisa sapeva dire parole molto chiare, senza il linguaggio della condanna. Per esempio, citò il principio di una conferenza di Capi di Stato a Londra (2014): «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia», per dire che gli uomini, per fare la pace tra di loro, avevano sempre rifiutato di ascoltare la domanda di giustizia che veniva dalle donne vittime della violenza sessista.
In treno da Torino a Milano, ho preso a frequentare la Libreria delle donne, partecipando alla scuola di scrittura, alla redazione del sito della Libreria, alla redazione allargata di Via Dogana 3. Tutte attività condotte da Luisa Muraro. Ero interessato al pensiero della differenza, alle pratiche femministe e alla storia del femminismo, ma soprattutto ero interessato alla personalità di Luisa. Tanto che ricevevo il rimprovero: «Vieni qui solo per lei».
Il mio interesse coesisteva con un’adesione incerta. Luisa mi diceva: «Sei reticente». Per me, la ragione vien prima dell’esperienza e i principi prima del desiderio. Sono più metaforico che metonimico. Quel linguaggio, quelle pratiche, il partire da sé, il desiderio, la verità soggettiva mi sembravano norme innaturali. Tuttavia, non ero refrattario, il mio mondo era bloccato e forse qui c’era una leva per ripartire. Soprattutto, nella relazione con Luisa mi sentivo allievo. Non dipendeva da ciò che Luisa pensava, ma dal suo magnetismo. Per cui la volevo leggere, ascoltare, emulare, conversarci insieme, ottenerne l’autorizzazione, considerarla e tenerne conto anche quando non mi convinceva. Se lo dice lei qualcosa di vero ci sarà.
Una persona molto di sinistra scrisse: «Quando leggo Luisa Muraro ho un senso di soffocamento, mi sembra di leggere Platone». Forse sì, c’è qualcosa di platonico nella scrittura di Luisa. A me, però, fa respirare. Poco importa quel che pensa, insegna a pensare. Leggerla, come ascoltarla, aveva un effetto terapeutico. Nell’incontro con lei, mi è successo qualcosa di paradossale: mi sono riconciliato con il mio essere maschio. Ho preso coscienza della mia differenza maschile, ho riconosciuto la maschera della neutralità e ho potuto scegliere cosa scartare e cosa tenermi. Ho sfumato la contrapposizione tra natura e cultura. Di questo le sono molto grato. Mi dispiace non averglielo detto in vita.
Una volta le chiesi di “ammaestrarmi” a non avere un “tono ammaestrante” verso gli altri. Ricevo questa critica e quando capita con le donne è imbarazzante. Mi rispose che c’era del vero in questa critica, ma lei non era la persona giusta per “ammaestrare”, «io cerco di far inferocire, che è quello che mi capita, se vuoi cambiare il tuo tono comune, arrabbiati, funziona». Lei sì, ogni tanto si arrabbiava, anche con me, ed era spettacolare. Non ho mai percepito intolleranza o insofferenza. Era come se reagisse a un difetto sintattico nel linguaggio o nel pensiero.
Quando sono arrivato alla Libreria ho conosciuto anche Lia Cigarini. Insieme a Luisa, Lia Cigarini era stata una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Tra le due donne esisteva una relazione politica-intellettuale-affettiva-umana molto forte. Il pensiero di Luisa era anche il frutto della relazione con Lia, come il pensiero di Lia, della relazione con Luisa. Solo che Lia era molto più riservata, schiva, introversa. Luisa il contrario. Così l’esposizione pubblica di Lia era minore. Per Luisa, il pensiero politico di Lia Cigarini aveva «una compiutezza e una profondità che i suoi scritti, troppo rari e frammentari, fanno solo intravvedere». Lia è morta il 20 aprile, Luisa il 13 giugno. Una ha introdotto l’altra. Si sono separate dalla vita, ma non tra loro due.
(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2026)

