di Umberto Varischio
Rileggere oggi due articoli di James W. Prescott (Body Pleasure and the Origins of Violence, 1975, e The Origins of Human Love and Violence, 1996) significa confrontarsi con una critica radicale a uno dei luoghi comuni più persistenti del pensiero occidentale: l’idea che la violenza sia inscritta nella natura umana.
La tesi di Prescott è netta: la violenza non è innata, ma nasce dalla mancanza di contatto, tenerezza e prossimità affettiva nei primi anni di vita. In altri termini, è il prodotto di un corpo che non è stato sufficientemente accolto. L’approccio dello psicologo dell’evoluzione colloca dunque l’origine della violenza sul piano corporeo e relazionale, prima ancora che su quello culturale o simbolico. È una proposta sorprendente, soprattutto perché formulata da un uomo, e che può essere ulteriormente arricchita dal pensiero della differenza sessuale, il quale introduce un elemento decisivo e spesso rimosso: il ruolo delle madri nella costruzione dell’essere umano.
Prescott mostra come il corpo sia, in primo luogo, un’eredità materna e come la qualità del contatto fisico nei primi mesi e anni di vita incida profondamente sulla futura capacità di relazione. Un bambino o una bambina toccati con dolcezza, ascoltati e accolti crescono con l’esperienza corporea che la prossimità è buona e che l’altro non è una minaccia. Al contrario, la carenza di contatto comunica al corpo che l’intimità è rischiosa, che la relazione espone, che la distanza protegge. Una tesi già innovatrice negli anni Settanta, che oggi dialoga con una consapevolezza più matura del ruolo materno come prima fonte di umanizzazione.
La madre è infatti la prima mediatrice del mondo: la prima pelle, la prima voce, la prima misura del desiderio e del limite. Non per una concezione essenzialista della biologia, ma per una realtà concreta e storica: nelle nostre società le madri continuano a sostenere la gran parte del lavoro di cura, spesso in solitudine. Sono loro, nella pratica quotidiana, a introdurre i figli e le figlie alla relazione con l’altro. Prescott lo suggerisce implicitamente; il pensiero della differenza sessuale lo esplicita: la relazione materna costituisce la prima grammatica del legame, il primo simbolo della differenza tra sé e l’altro.
Nei suoi lavori, Prescott rileva come gli uomini crescano spesso con una povertà affettiva e tattile strutturale, che li rende più vulnerabili alla frustrazione e più inclini a compensare la mancanza di relazione attraverso il dominio, il controllo e la forza. Tuttavia, è proprio qui che emergono i limiti del suo impianto teorico. In alcuni passaggi, infatti, l’autore scivola verso una colpevolizzazione implicita delle madri, senza interrogarsi a fondo sulla responsabilità maschile e paterna nella costruzione di questa deprivazione relazionale. È un punto in cui pesa l’orizzonte patriarcale da cui Prescott non riesce completamente a emanciparsi.
Il contributo più fecondo della sua ricerca resta però l’idea che la violenza derivi da un fallimento della relazione, non da un eccesso di aggressività naturale. Incrociando dati antropologici, psicologici e neuroscientifici, Prescott mostra come le società che negano il contatto corporeo ai bambini siano anche quelle caratterizzate da alti livelli di violenza interpersonale, guerra, gerarchie rigide e uso sistematico della punizione.
La violenza maschile contro le donne può allora essere letta come l’esito estremo, ma non inevitabile, di questa mancanza di relazione. È il segno di un’incapacità maschile di reggere l’alterità senza viverla come minaccia, di un’educazione che insegna a temere l’intimità e a trasformare la vulnerabilità in potere.
Questa lettura non assolve in alcun modo gli uomini autori di violenza. Ma, una volta chiarita questa premessa imprescindibile, l’intuizione di Prescott rimane preziosa: la prevenzione della violenza non può esaurirsi nelle politiche penali o nei dispositivi di protezione delle vittime. Deve cominciare molto prima, nella vita primaria, nei piccoli corpi, nella qualità delle relazioni quotidiane.
Non è accettabile, come accade in Prescott, attribuire alle madri una responsabilità che è invece collettiva e strutturale. Occorre piuttosto affermare con forza la responsabilità maschile e paterna nella cura dei neonati e degli infanti, e riconoscere alle madri un’autorità reale, politica e concreta, che passi attraverso i tempi del lavoro, i servizi di sostegno alla cura, il riconoscimento sociale della funzione materna, la fine della solitudine educativa.
Prescott ci ricorda che la pace è anche un sapere del corpo. Le madri questo sapere lo praticano da sempre, ma la cultura dominante non ha ancora imparato ad ascoltarlo. Se vogliamo una società almeno meno violenta, dobbiamo ripartire da qui: dalla differenza sessuale, dal corpo e dalla madre come prima e radicale fonte di relazione.
(www.libreriadelledonne.it, 15 gennaio 2026)

