1 Febbraio 2024

Se otto miliardi vi sembran pochi

di Silvia Baratella


Non mi capacito dell’allarme sociale sulla “denatalità”. La popolazione mondiale è passata da quattro a otto miliardi nel giro di quarant’anni e nel frattempo sono aumentati a dismisura i consumi pro-capite di tutte le risorse possibili immaginabili (acqua, cibo, merci, energia e tutto quel che vi viene in mente), solo nell’Occidente sviluppato naturalmente, che però depreda il resto del mondo per procurarsele. Il riscaldamento globale provoca la desertificazione progressiva di sempre più territori e il conseguente innalzamento dei mari ne eroderà altri. Folle enormi (sempre soprattutto di occidentali) zompano su un aereo ogni due per tre, anche per spostamenti brevi che prima si facevano in treno, favorendo ulteriori dissesti climatici. Produciamo troppi rifiuti per smaltirli. I posti di lavoro scarseggiano e i crescenti processi di automazione promettono di distruggerne ulteriormente, con conseguente ribasso delle retribuzioni e aumento della precarietà. L’estate scorsa dall’alto di un aereo (ahimè sì, anch’io) ho visto un’unica, ininterrotta area urbana che da Milano va fino all’arco alpino, a nord, a est e a ovest: sgomenta, ho pensato che avremmo proprio bisogno di “spopolarci” un po’.

Per questo trovo incoraggiante la notizia che le nascite calano in tutto il mondo. Credo che una spontanea, pacifica contrazione demografica sia la benvenuta e che ci offra in prospettiva una migliore distribuzione degli spazi e delle risorse, un’inversione di tendenza nel consumo del suolo e nella produzione di inquinamento, una riforestazione che rinfrescherebbe il clima, e più lavoro più stabile e meglio pagato per tutte e tutti.

I governi di quasi tutti i paesi e di tutte le tendenze politiche, invece, gridano insensatamente alla catastrofe. Sembrano ciecamente convinti che la crescita demografica vada spinta avanti all’infinito e cercano di farlo. Dicono: come si farà quando la popolazione vecchia sarà più numerosa della popolazione attiva su cui graverà? E come si pagheranno le pensioni quando pensionate e pensionati saranno più numerosi di lavoratrici e lavoratori in attività? Forse tutta la disoccupazione che è cresciuta in questi anni finalmente si riassorbirà, dico io, il che favorirà l’aumento delle retribuzioni (e con esse dei contributi previdenziali!) e la riduzione della precarietà. E si può cercare delle soluzioni ponte per la previdenza finché non si creerà un nuovo equilibrio tra le generazioni, se ci si pensa per tempo. Per esempio, integrare i contributi da lavoro dipendente con una tassazione delle grandi ricchezze. E cominciare subito a offrire contratti e retribuzioni dignitose a lavoratrici e lavoratori stranieri e alle giovani generazioni aumenterebbe già il gettito contributivo.

Tuttavia, fa bene chi indaga le ragioni per cui le donne fanno meno figli e distingue tra legittimo desiderio e impedimenti da rimuovere, come fa Linda Laura Sabbadini nell’articolo del 22 gennaio scorso su Repubblica “Ecco perché non si fanno figli”. Sabbadini individua sia un cambio nei desideri femminili, sia ostacoli esterni. Per rimuovere questi ultimi, dice, «non serve una singola misura», ma «un cambiamento di modello di sviluppo e politiche stabili nel tempo», tra le quali oltre ai servizi più ovvi cita, finalmente, il «cambiamento dell’organizzazione del lavoro». Sono pienamente d’accordo, se come credo cambiare l’organizzazione del lavoro vuol dire tener conto di tutto il lavoro necessario per vivere, compreso quello non retribuito. E se cambiare il modello di sviluppo vuol dire guardare ai contenuti del lavoro e alla loro utilità per il bene comune anziché al profitto di pochi.


(www.libreriadelledonne.it, 1° febbraio 2024)

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