di Laura Colombo
Magnifica humanitas è la lettera enciclica di Papa Leone XIV, resa pubblica il 25 maggio 2026, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Colloca la riflessione sull’intelligenza artificiale dentro l’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa e la mette in relazione con questioni che vanno dal paradigma tecnocratico alla cultura della guerra.
L’intelligenza artificiale, scrive l’enciclica, “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti” (§110). Se è così, la domanda riguarda ciò che ci accade quando le nostre parole, l’esperienza, le relazioni passano dentro dispositivi che le raccolgono e ce le restituiscono come risultato; quando l’esperienza viene separata dal corpo che la vive e dal tempo che l’ha fatta nascere. È a partire da queste domande che leggo la Magnifica humanitas.
L’enciclica riconosce che l’intelligenza artificiale non vive un’esperienza, non ha un corpo vissuto, non cresce nella relazione, non attraversa la gioia e il dolore, l’errore e il perdono. La sua potenza è calcolo e rielaborazione del già detto, è altro rispetto alla sapienza maturata nell’esperienza (§§98-99).
Riconosce anche che l’intelligenza artificiale non può essere considerata un semplice strumento. Quando è la tecnica a diventare criterio, è la tecnica stessa a stabilire che cosa ha valore e che cosa viene scartato (§§92-95). E dice apertamente che il potere dei dati, delle infrastrutture e del calcolo si concentra nelle mani di pochi attori privati transnazionali, producendo un’asimmetria epistemica, economica e politica che non può più essere taciuta (§§95; 108-109).
È proprio questa concentrazione di potere a togliere forza alla risposta morale e l’enciclica lo dice, non basta un’intelligenza artificiale più morale se la morale viene decisa da pochi (§107). La questione vera quindi si sposta dalle regole alla misura: chi decide che cosa viene riconosciuto come umano? Chi decide che cosa viene classificato come errore, rumore o scarto? Quali vite entrano nel calcolo e quali ne restano fuori?
C’è un’insistenza dell’enciclica sul non subire che mi interessa molto. Il testo diffida dalla posizione di chi osserva da lontano e spera che tutto vada per il meglio (§6). Nell’immagine di Neemia mostra invece un popolo che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, dove ciascuno prende il proprio tratto di muro e lavora là dove si trova (§8). Più avanti, nella sezione Tutti possiamo fare la nostra parte, ricorda che nessuno è privo di responsabilità (§211). E l’immagine ritorna nelle pagine finali, dedicate al “cantiere del nostro tempo” (§§235-242).
Di questa immagine raccolgo la forza: non stare a guardare, non lasciare che altri decidano che cosa diventa il mondo, non consegnare la misura della nostra vita a chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.
Resta però il che fare. Per l’enciclica si tratta di ricostruire la città, custodire l’umano, orientare la tecnica al bene comune, rendere l’IA abitabile (§§8-10; 110; 235). È un gesto costruttivo e riconciliante, fondato sulla dignità della persona (§§46-91), fino alla promessa di una città compiuta nella conclusione (§§229-245).
Qui però non seguo fino in fondo l’enciclica. Non mi basta regolare la macchina, né integrarla nell’umano. Si tratta piuttosto di starci dentro come ciò che la macchina non integra. La differenza non coincide con ciò che entra nel dataset; sta nella pratica che legge, corregge, rifiuta, interrompe, e fa valere la genealogia nel campo in cui la macchina tende all’equivalenza. Quello che vorrei portare è vivo, sessuato, in relazione, e proprio per questo non si lascia ridurre a dato o variabile da includere. È la pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Luisa Muraro l’ha detto così, “lo strumento sei tu”, vuol dire che non c’è uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Si può fare qualcosa di vivo solo restando il corpo che la macchina non addomestica. E chi interviene è anche chi, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto. Penso alle operaie alla pressa, raccontate nel numero di Via Dogana sul tempo. Conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. È il sapere politico del fare e del disfare, un modo di fare di necessità libertà.
Anche la richiesta di disarmare l’IA, per me, assume un senso più ampio. Nell’enciclica disarmare significa togliere l’intelligenza artificiale dalla logica della guerra, della competizione armata, della potenza tecnica che pretende di governare il mondo (§§110; 186-200). È un passo essenziale, ma per me disarmare l’IA riguarda anche il potere della macchina di definire la realtà in cui devo stare, di prendere la nostra esperienza come materia prima. Si tratta allora di impedire che la parola venga separata dalla relazione che l’ha generata, che il corpo venga neutralizzato, che la differenza venga tradotta in informazione.
C’è poi il tempo, e qui di nuovo l’enciclica dice cose importanti. Critica la cultura dell’immediatezza, dell’iperstimolazione, della perdita di attenzione, e arriva a parlare della necessità di un digiuno dall’intelligenza artificiale, di un’igiene dell’attenzione, di una capacità educativa che insegni anche quando non usare la macchina (§§139-147). Si impara così a sottrarsi, a lasciare spazio a un pensiero che non arriva subito (§§139-147).
Però l’enciclica orienta il tempo verso una promessa di compimento e la affida a immagini come il Crocifisso Risorto, il granello di senape (§§210-211), il Magnificat, il Verbo fatto carne, il cantiere del Regno che viene (§§229-245). Per me il tempo non ha bisogno di chiudersi per avere senso, perché trova la sua misura nel fare, nel disfare, nel riprendere, nel tenere insieme cose che non promettono un compimento.
Il non subire, la critica del potere e la difesa del tempo sono elementi potenti dell’enciclica. Ma il suo orizzonte resta quello della custodia della persona umana universale. La mia misura invece parte da un soggetto sessuato, che viene da una genealogia e da un debito con la madre e il cui tempo non si compie.
Per me, allora, non si tratta di stare fuori, né di subire, né di adattarsi. Si tratta di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restare lì come ciò che non si lascia catturare del tutto. Come? Tenere aperta la differenza. Impedire che l’ambiente tecnologico diventi tutto il mondo. Disarmare la macchina perché non sia lei a decidere chi siamo.
(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2026)

