21 Giugno 2018
Io Donna

Dietro il caso dei bimbi “in gabbia”. Il dramma delle donne in fuga dalle violenze

di Alessandra Quattrocchi

Perché la strategia di Trump non fermerà l’immigrazione. Parla Nara Milanich, storica dell’America Latina e volontaria nei centri di detenzione

Donald Trump ha annunciato la marcia indietro: niente più bambini nelle gabbie alla frontiera col Messico. Ma questo non significa che la sua politica della ‘tolleranza zero’ diminuirà. Anzi. Attualmente secondo la legge Usa, un bambino può essere trattenuto in un centro di detenzione solo venti giorni. Un migrante adulto in attesa delle pratiche d’asilo, a tempo indeterminato. È probabile che d’ora in poi anche i bambini resteranno detenuti. «In ogni caso, se mira a fermare l’immigrazione è una politica fallimentare. Perché non c’è nulla che fermerà questa gente. Se invece vuole aumentare il business dei centri di detenzione ha grande successo»: ce lo dice Nara Milanich, storica dell’America Latina, docente al Barnard College, Columbia University di New York, autrice di libri e pubblicazioni sul Cile, su maternità, politiche sociali e diritto di famiglia. Nara Milanich si è trovata immersa nei drammi della migrazione al confine col Messico: è andata varie volte come volontaria in un grande centro di detenzione del Texas, a fare da interprete e a fornire assistenza legale alle donne che hanno passato la frontiera. Sulle sue esperienze ha scritto per l’associazione no profit NACLA (The North American Congress on Latin America).

Nara ci racconta le storie terribili di queste donne. Di fronte a loro su territorio Usa hanno un cammino durissimo: la ricerca dell’asilo è un terno al lotto. Eppure vengono lo stesso. «Queste sono donne che non hanno avuto scelta» dice Nara. Come María (nome di fantasia), salvadoregna. A Nara ha raccontato di come il marito, taxista, sia tornato a casa piangendo perché una gang locale gli aveva ordinato di trasportare armi. Che fare? Sfidare la gang era la morte certa; accettare l’ordine quasi altrettanto. L’uomo, chiamiamolo José, è fuggito negli Usa (ha chiesto asilo, è in attesa di risposta). María è rimasta con le figlie e il cognato ad aiutarla; ma pochi mesi dopo anche il cognato è preso di mira: rifiuta di pagare l’impuesto de guerra, il pizzo che viene esatto a chiunque abbia un’attività economica, dall’uomo d’affari alla poveraccia che vende focaccine in strada. La gang ammazza il cognato di María. Lei lo ha raccontato fra i singhiozzi: «Ha lasciato sette figli, sette! Quando ho passato la frontiera abbandonando El Salvador piangevo; mai avrei pensato che sarebbe toccato a me. Ma tutte le porte si sono chiuse una ad una, e non c’è stata altra scelta». María è arrivata negli Stati Uniti con due figlie e un nipotino di nove anni, che le è stato tolto alla frontiera. Poi c’è l’insegnante della scuola religiosa evangelica minacciata da membri di una gang al compleanno della figlioletta. La madre che si è trovata un animale sventrato sulla porta di casa e un biglietto che la avvertiva: i prossimi sono i tuoi figli.

 

Le donne in fuga non sono messicane

«Molte persone rinunciano alle case, ai negozi, alle famiglie per fuggire. La maggior parte delle donne con cui ho parlato non voleva emigrare», dice Nara. Fuggono dalle bande armate che si fanno la guerra, dai cartelli della droga, da una situazione di violenza insostenibile. Contrariamente a quanto pensiamo da questa parte dell’oceano – visto che Trump vuole un muro con il Messico – queste persone non sono messicane. «In grandissima maggioranza ho visto donne centroamericane, quasi tutte in arrivo dal triangolo della violenza: Guatemala, El Salvador, Honduras. Anche se ci sono brasiliane, venezuelane, cubane e persino congolesi e una afgana, arrivate dopo viaggi lunghissimi», racconta Nara. In maggio, quando è stata varata la nuova politica Trump, Milanich era per la terza volta al South Texas Family Residential Center di Dilley, in Texas. È la più grande prigione per migranti (si chiamano ICE, Immigration and Customs Enforcement) degli Usa, conta 2.400 letti; è una delle tre degli States costruita proprio per le madri migranti con bambini. Nara ci mostra i teneri disegni che le ha dedicato una bimba di cinque anni, mentre lei lavorava con la madre «Io ho cominciato a venire con un’amica avvocata nel 2016. Prima come interprete, poi a fornire assistenza legale per le richiedenti asilo, a prepararle per le “interviste sulla paura”: la prima domanda è sempre “perché hanno paura” di tornare a casa loro, ¿por qué tiene miedo de volver a su país?, e bisogna essere convincenti».

I primi centri di dentenzione aperti sotto Obama

La vicenda dei bimbi chiusi nelle gabbie, oltre duemila, era esplosa con le vocette piangenti registrate di nascosto e pubblicate dal sito d’inchiesta Pro Publica. Bimbi di pochi anni, anche neonati, separati dalle famiglie alla frontiera sudovest degli Stati Uniti. La politica di propaganda del presidente Usa è orrenda ma pare funzionare: annunciare la nefandezza numero uno, e di fronte alla reazione popolare annunciare una nuova politica che è appena un po’ meno peggio. Ma attenzione, questi centri di detenzione non li ha inventati Trump: li ha creati, pensate, l’amministrazione Obama dal 2014, nel panico di fronte a un improvviso aumento degli arrivi (tutte le cifre e le statistiche se volete cercarle sono alla sezione “frontiera sudovest” nel sito della Border Patrol, la Guardia di Frontiera). «Prima li hanno aperti nel nulla, nel deserto del New Mexico. Da lì prendevano i migranti e li rispedivano direttamente a casa; niente legali, nessuna possibilità di chiedere asilo. Quando la cosa è venuta fuori con grande scandalo, quei centri nel deserto sono stati chiusi, e sono stati aperti questi in Texas. È un business: sono gestiti da imprese private… e dopo l’elezione di Trump le loro azioni sono cresciute esponenzialmente».

Un esercito di volontari
È in questi centri che i volontari come Nara vengono a offrire la loro opera. «C’è un ombrello di associazioni di volontariato che anima il CARA Pro Bono: i volontari arrivano la domenica sera, lavorano una settimana fino al venerdì, ripartono e arriva un altro gruppo. Migliaia sono passati di qui, tantissimi sono avvocati», spiega Nara. Un migrante può arrivare presentandosi a un punto d’ingresso legale, dove in teoria la Border Patrol dovrebbe accogliere i richiedenti asilo. «Ma abbiamo le prove che da lì vengono cacciati indietro senza complimenti. In altri termini la Guardia non vuole mostrare che i migranti entrano legalmente; le autorità messicane li scoraggiano, anche spiegando che ai punti legali di ingresso troveranno file interminabili; e in mezzo ci sono i trafficanti, i cosiddetti coyotes, a volte privati ma sempre di più organizzazioni criminose internazionali, che prendono bei soldi per far passare i migranti illegalmente varcando il Rio Grande. Però le donne con cui ho parlato mi dicono che una volta su territorio Usa, sono loro a cercare le guardie: perché nel deserto non possono restare, soprattutto coi bambini, e perché comunque intendono chiedere asilo».

L’iter dei richiedenti asilo dura mesi

Nelle ultime settimane, i bambini venivano separati dai genitori – spesso dalle madri – proprio al momento dell’arresto da parte della Guardia, come in una foto ormai iconica della bimba con maglietta rossa (l’ha scattata il fotografo John Moore, la bimba piange mentre perquisiscono la madre).

E se con l’aiuto dei volontari si può avere assistenza legale per chiedere asilo, la pratica è complicatissima. Una richiesta d’asilo non ha termine preciso di scadenza. Può prendere anni, e i giudici sono affogati dagli arretrati. Non ci sono criteri oggettivi inderogabili per l’accettazione: mentre in media oltre la metà delle domande viene accolta, ci sono posti come Atlanta in Georgia dove la percentuale è inferiore all’1%. I migranti possono prima o poi essere liberati dai centri di detenzione, però chi è in attesa non ha diritto di lavorare e quindi di mantenersi per molti mesi (tre mesi dopo la presentazione della richiesta, che deve avvenire entro un anno e che deve essere fatta con cura), né può far arrivare altri membri della famiglia. Ma adesso c’è di peggio. «Di base la legislazione sull’asilo fa riferimento alla Convenzione di Ginevra che è nata dopo la seconda guerra mondiale pensando alle persecuzioni politiche e religiose», spiega Nara, «così da anni gli avvocati cercano di ampliarla, per esempio inserendo come motivi per l’accettazione le mutilazioni genitali, la persecuzione omofobica e anche la fuga dalla violenza domestica. In sostanza si è riusciti a far valere che si fugge non solo dalla violenza, ma da uno Stato che non può o non vuole proteggerti».

Donne in fuga da violenze domestiche
Di queste storie, Nara ne ha ascoltate tante: «Una donna piangeva raccontando di aver abortito un bimbo quasi a termine perché il suo partner l’aveva riempita di botte. “Señora”, le ha detto il medico inorridito “il suo bambino è pieno di lividi e ossa rotte”. Altre donne tirano su le maniche a mostrare le cicatrici: questa è stata una sedia, questo è stato quella volta col machete. Anche i bambini portano i segni. E poi mi hanno raccontato gli stupri, abbassando la voce, dicendo “non l’ho mai detto a nessuno prima”». Ma il ministro della Giustizia Jeff Sessions ha da poco annunciato proprio che intende bloccare l’applicazione del diritto d’asilo ai casi di violenza domestica e di persecuzione da parte della malavita. «Significa cancellare oltre quindici anni di giurisprudenza! Naturalmente c’è una fortissima protesta degli avvocati. Nel caso peggiore, potrebbe bloccare la grande maggioranza delle donne che vengono dall’America centrale: sarebbero rispedite indietro direttamente. Significa togliere loro ogni strumento legale. In ogni caso, mi preme dire che anche la separazione dai bambini non è un deterrente. Intanto molte di queste donne hanno già lasciato una parte dei figli a casa; si viene con il più grande, o con il più piccolo perché è quello che ha più bisogno; gli altri restano affidati ai parenti». E poi Nara cita il poeta somalo-britannico Warsan Shire: «“Nessuno lascia la casa / se la casa non è la bocca di uno squalo”. I migranti in fuga scappano dallo squalo solo per trovarsi nella bocca del lupo; ma anche se il lupo è cattivo continueranno a venire».

Quale destino per i bambini?

La logica annunciata in maggio dalla Casa Bianca – per bocca di Jeff Sessions – era semplice: volete passare la frontiera? Allora vi togliamo i bambini. Alcuni membri dell’amministrazione l’hanno giustificata persino tirando fuori citazioni dalla Bibbia; la trumpiana FoxNews ha parlato di “campi vacanza”. Qualunque sia la politica futura di Trump, i bambini già nelle gabbie potrebbero finire tutti in altri centri, orfanatrofi, alla ricerca di famiglie affidatarie. Parecchi non sanno ancora parlare: come riunirli alle famiglie? Intanto la risposta della società civile, già prepotente da molti mesi, sta diventando impressionante, man mano che salgono di tono le politiche della Casa Bianca. Ci sono i volontari come Nara: sposata con un economista di origine italiana, anche lei ha due figli. Ci sono tante altre iniziative. Su Facebook, la pagina Reunite an immigrant parent with their child creata da due californiani della Silicon Valley, Charlotte e Dave Willner, è partita sabato 16 giugno. I Willner hanno una bambina di due anni, come la bimba honduregna con la maglietta rossa. Mentre scrivo, oggi 21 giugno, la raccolta ha superato i 15 milioni di dollari con oltre 300mila donatori (6 milioni raccolti solo mercoledì), sbaragliando tutti i record dei fund raising su Facebook; e non accenna a rallentare.

 

(www.iodonna.it, 21 giugno 2018)

Print Friendly, PDF & Email