27 Febbraio 2024
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Hack è «Margherita delle stelle» nel film di Rai1: perché il titolo senza cognome non ci piace (e non sarebbe piaciuto neanche a lei)

di Elisa Messina


A febbraio abbiamo visto su Rai1 «Califano». A seguire, «Mameli». Miniserie tv, per la precisione due biopic, su due italiani piuttosto diversi e distanti nel tempo. Il titolo non poteva essere più chiaro: il cognome del personaggio di cui si narrava la vita (tra verità e invenzione). Perché allora il prossimo film biografico di Rai1, quello dedicato all’astrofisica Margherita Hack e diretto da Giulio Base, si chiama «Margherita delle stelle»? Dove è finito il cognome?

Siamo al solito caso di sparizione del cognome femminile. Se proprio non si voleva rinunciare al riferimento astrale si poteva farlo senza ingoiare il cognome della scienziata che nella fiction è interpretata da Cristiana Capotondi. Non era difficile, ecco alcuni suggerimenti: «Hack, Margherita delle stelle» oppure, «Hack, Margherita e le stelle». Osiamo? «Hack, tutte le stelle di Margherita».

Ripensiamo alle fiction dedicate a eroi nazional-popolari maschi (quelle con la faccia di Beppe Fiorello, per esempio): Quella su Modugno non era «Domenico, il mister Volare», ma, «Volare, la grande storia di Domenico Modugno». Oppure ancora «Giuseppe Moscati, l’amore che guarisce». Cambiamo attore e cambiamo storia, Luca Zingaretti è stato Giorgio Perlasca in «Perlasca, un eroe italiano». Semplice, no? Eppure…

Ce la ricordiamo la serie tv 2015 sulla vita di Oriana Fallaci con Vittoria Puccini? S’intitolava simpaticamente «L’Oriana». Fallaci non era già più tra noi da diversi anni sennò chissà come avrebbe apostrofato la scelta del titolo. Probabilmente con gli stessi epiteti che avrebbe usato Hack, visto che erano toscane tutte e due.

Succede nei titoli delle fiction, ma ancora, purtroppo, nei titoli degli articoli sui giornali. Per le famose o le non famose. Così Meloni diventa Giorgia, Schlein, Elly… La studentessa italiana che vince una competizione internazionale di matematica può diventare «Caterina, la maga dei numeri», l’atleta che vince una medaglia, «Sara, la regina dello sprint». Improvvisamente diventano tutte cugine, amiche, sorelle. «Perché è questo che fa l’uso del nome proprio delle donne in contesti non confidenziali: riduce la distanza simbolica, esprime paternalismo, agevola l’uso del tu familiare e diminuisce l’autorevolezza della funzione ricoperta riportando la donna alla condizione di principiante» scriveva Michela Murgia in «Stai zitta!», mirabile libretto sui tanti pregiudizi che ancora fanno lo sgambetto alle donne.

Niente di grave, per carità. Ma è pur sempre un uso della lingua che denota il sessismo ancora diffuso.

Sono solo parole. Ma le parole sono importanti (Nanni Moretti lo dice da sempre) perché sono il riflesso, spesso inconsapevole, della mentalità corrente. Che è quella che considera normale trattare linguisticamente le donne in un modo diverso: togliere i cognomi, inserire gli articoli (la Meloni, la Schlein), declinarne al maschile le professioni…

Se vuoi cambiare la realtà comincia dalle parole che usi per rappresentarla. Lo diceva la linguista Alma Sabatini in «Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana», manualetto redatto per la presidenza del Consiglio nel lontano 1987: fa impressione leggere che le sue raccomandazioni sono le stesse che ci ripetiamo oggi: evitare di nominare le donne per nome invece che per cognome; evitare l’articolo davanti ai cognomi femminili e ovviamente fa l’esempio di titoli di giornale con il nome di Margaret Thatcher (!).

Sono passati 37 anni, sono stati scritti altri libri, fatti convegni, le aziende (Rai compresa) le università e gli enti pubblici si sono dotate di codici di comportamento che invitano ad usare buone pratiche di parità, tra cui un linguaggio più inclusivo. Eppure molte di queste raccomandazioni continuano a essere disattese perché bollate come storture del politicamente corretto o manifestazioni di femminismo spinto. O semplicemente per ignoranza. «Attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. La lingua non è un accessorio dell’umanità, ma il suo centro», scrive in anni più recenti un’altra linguista, Vera Gheno, in «Femminili singolari».

Margherita Hack non c’è più e non sarà il titolo di questa fiction a lei dedicata a sminuire la grandezza della nostra astrofisica più famosa, la prima donna a dirigere l’Osservatorio di Trieste. Ma se le serie tv firmate Rai, in quanto servizio pubblico, oltre ad essere prodotti di intrattenimento hanno anche un intento divulgativo per il pubblico, forse bisognerebbe partire dal rispettare quelle semplici regole linguistiche che, da quasi quarant’anni, chiediamo vengano applicate a tutte le donne.


(La 27esima Ora Corriere.it, 27 febbraio 2024)

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