26 Ottobre 2026
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Il reale e la violenza 

di Claudio Vedovati

 

Il cambiamento c’è già stato e non ha nulla a che fare con la violenza. È prima di tutto un cambiamento del simbolico, qualcosa di molto profondo che riguarda il significato e l’ordine delle cose sul terreno della vita e di ciò che è nella nostra testa.

Non è questione di numeri, di evidenza sociologica né di violenza. I giovanissimi e le giovanissime in questi giorni hanno rotto qualcosa di molto più grande delle vetrine: hanno mandato in mille pezzi la bolla irreale in cui da decenni si è trasformata la vecchia sfera pubblica, ciò che ha consentito di devastare la società, con il nostro consenso.

La bolla non si ripara. La repressione avrà i suoi capri espiatori ma è più che altro il sintomo di una irrisolvibile impotenza politica. Rassicura per qualche giorno chi spera di poter continuare a vivere nella bolla, ma di fatto conferma la radicalità dello spostamento. Non è un paradosso. Il richiamo all’ordine è sempre fondato sulla minaccia della violenza (la legalità non ha alcun valore nell’ordine simbolico della violenza). In questo le violenze si sommano e si legittimano reciprocamente, senza che nulla cambi.

Se le cose cambiano è proprio perché non è la violenza ad aver rotto la bolla e diradato le nebbie dell’ideologia. Questo è vero solo in superficie. Se il simbolico cambia è perché è emersa la forza di ciò che è reale, il bisogno di vita delle nuove generazioni che hanno capito – e lo mostrano – il furto di futuro (e il razzismo) di cui sono oggetto da decenni.

Se vediamo prima di tutto o solo la violenza è perché nel mondo che abbiamo costruito siamo proprio noi a non concepire altro modo di cambiare le cose se non con la violenza, perché sappiamo benissimo di quanta violenza è fatto il nostro mondo… La violenza è nella nostra testa, anche quando la condanniamo. Anzi, l’uso politico che facciamo della condanna della violenza mostra proprio quanto siamo sempre dentro l’ordine del discorso della violenza. Il fatto è che – non bisogna stancarsi di dirlo – non ci abbiamo mai davvero fatto i conti, perché non siamo mai andati alle sue radici patriarcali. La violenza di cui parliamo in questi giorni è lo specchio di ciò che siamo. Nulla di più.

Il reale che irrompe non è violento, quando non è segnato dal potere. È trasformativo. Il femminismo che chiamiamo radicale è radicale proprio per questo. Ha prodotto libertà femminile che cammina per il mondo con le proprie gambe e la propria testa. I giovanissimi forse non lo sanno (nessuno glielo dice), ma sono donne e uomini più liberi anche per questo.

Se lo capiranno – che il reale delle loro stesse vite è più forte della violenza – avranno strumenti molto più grandi per darsi il futuro che cercano. E sarà il futuro di tutte e tutti.

 

(Facebook, 26 ottobre 2026)