28 Aprile 2026
Il Mondo, podcast dell’Internazionale

In Italia un nuovo decreto minaccia la libertà di protesta. Intervista ad Annalisa Camilli

di Giulia Zoli


Il 24 aprile la Camera dei Deputati italiana ha approvato in via definitiva un nuovo decreto sicurezza del governo Meloni che ha fatto ricorso al voto di fiducia per accelerarne l’approvazione. Il provvedimento contiene una serie di norme in materia di ordine pubblico, ma ha fatto discutere soprattutto per un emendamento sui rimpatri volontari delle persone migranti, poi corretto con un decreto legge approvato lo stesso giorno su richiesta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ne parliamo con Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale. Il suo ultimo libro, Divieto di protestare, uscirà il 12 maggio per Einaudi.

Il decreto è stato approvato dalla Camera a meno di 24 ore dalla scadenza del termine, che avrebbe imposto un nuovo passaggio al Senato.

L’opposizione ha fatto ostruzionismo in tutti i modi, costringendo i parlamentari a una maratona notturna che ha ritardato il più possibile l’approvazione del decreto, che era sede avvenuta intorno al mezzogiorno del 24 aprile, con 162 voti a favore, 102 contrari e 1 astenuto. Ma nell’aula ci sono state proteste, l’opposizione ha cantato Bella ciao, proprio perché questa approvazione avveniva il giorno prima della Festa della Liberazione, ha definito la giornata una pagina buia della storia italiana, così come molte organizzazioni che si occupano di difesa dei diritti umani. Però alle 17 dello stesso giorno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che era intervenuto appunto il 20 aprile chiedendo di modificare quell’articolo che riguardava i rimpatri volontari, ha promulgato alla fine questo decreto e allo stesso tempo ha emanato il secondo correttivo, anche se permangono molti dubbi sulla costituzionalità dell’intero impianto e di diversi articoli del decreto.

È stato soprattutto questo emendamento sul rimpatrio volontario delle persone migranti essere discusso e criticato nell’ultima settimana. Cosa prevedeva questo emendamento? Cosa è successo?

Il 20 aprile il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva convocato il sottosegretario Alfredo Mantovano e aveva fatto capire che avrebbe potuto non firmare la norma se non fosse stata modificata e questo è abbastanza irrituale e denota una questione davvero centrale. Al centro della discussione c’era quell’emendamento in base al quale gli avvocati che offrono consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario avrebbero ricevuto un compenso di circa 600 euro per ognuno degli assistiti che effettivamente fossero stati rimpatriati.

Nel testo originario si faceva riferimento ad accordi da stipulare con il Consiglio nazionale forense, cioè l’organo di rappresentanza degli avvocati che sarebbe stato l’organo incaricato di versare questi compensi. Questo emendamento ha scatenato immediatamente le proteste dell’opposizione come abbiamo detto, ma soprattutto dello stesso Consiglio nazionale forense che ha detto di non essere mai stato informato dell’approvazione di questo emendamento e poi ha assolutamente detto di volerne la modifica altrimenti ha annunciato, insieme con l’Unione delle Camere Penali, l’Asgi e altre organizzazioni di avvocati, una mobilitazione permanente. Perché l’accusa era quella di mettere in discussione l’autonomia dell’avvocatura, un approccio che non si vedeva dal regime fascista e che voleva legare la retribuzione di un avvocato all’ottenimento di un risultato concreto, un risultato legato all’agenda politica del governo in carica, qualcosa che mette in discussione uno dei cardini costituzionali che è l’indipendenza dell’avvocatura e poi il diritto alla difesa. Tutte le persone che ricorrono a un avvocato hanno diritto a essere difese secondo la nostra Costituzione, a prescindere ovviamente dall’orientamento politico dei governi in carica.

E adesso in che modo interviene il decreto legge che è stato approvato in questo cosiddetto correttivo?

Anche su questo decreto correttivo approvato dall’esecutivo contestualmente all’approvazione dell’altro decreto ci sono molti dubbi, si è parlato di un grande pasticcio, in effetti non era mai successo che per evitare un nuovo passaggio parlamentare contestualmente si approvasse un decreto da parte del governo, decreto che ora dovrà essere convertito in legge, quindi dovrà tornare al Senato e alla Camera, potrebbe essere modificato. Comunque diciamo che il decreto che è stato licenziato dall’esecutivo il 24 aprile prevede sempre un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante nella pratica, ma non parla di avvocati, quindi chiunque assiste una persona migrante nel piano di rimpatrio volontario, ricordiamo che rimpatri volontari non necessitavano fino ad ora l’accompagnamento con un legale, ma anzi erano gestiti soprattutto dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, che era un’agenzia delle Nazioni Unite e che prevede l’accompagnamento anche finanziario della persona migrante che chiede di tornare volontariamente nel suo paese d’origine per delle ragioni.

I rimpatri volontari in Italia sono pochissimi, sono nell’ordine di qualche centinaia e nel quadro di rimpatri in generale sempre costanti nel corso degli anni che il governo si è impegnato in tutti i modi ad aumentare con scarsi risultati. Quindi siamo dentro un progetto politico di aumento dei rimpatri e questo decreto prevede un contributo di 615 euro per chi assiste una persona migrante in questa pratica indipendentemente dall’esito della richiesta. Di nuovo non è più esclusiva degli avvocati, quindi anche un’associazione che si dovesse occupare di questa pratica riceverà questo tipo di incentivo.

Non sarà erogato questo compenso dal Consiglio Nazionale Forense, che si era appunto detto estraneo a questa misura. Per il piano è stato approvato un bilancio importante di circa 170mila euro, in tutto 1,4 milioni di euro fino al 2028. Ma di nuovo su questa misura pesano una serie di incognite. Chissà se sarà approvata da tutte e due le Camere senza modifiche e se non sia anche questa portatrice di alcuni elementi di incostituzionalità.

Questo decreto è stato criticato anche per altri aspetti, per esempio il fermo preventivo. Quali sono le norme più controverse?

Intanto dobbiamo dire che è l’ennesimo decreto sicurezza. Il primo decreto sicurezza che riguarda questioni legate alle proteste, alle manifestazioni è stato convertito in legge a giugno del 2025 ed era già stato definito dall’associazione Antigone il più grosso attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana. Questo decreto, approvato a fine febbraio e ora convertito in legge, rafforza questo quadro e chiarisce qual è l’idea di sicurezza che ha questo governo, che diventa un termine ombrello dietro cui nasconde una serie di cardini ideologici che limitano fortemente la libertà di manifestare e il dissenso che, come direbbe Norberto Bobbio, è essenziale e forse addirittura consustanziale alle moderne democrazie. Come il precedente, trasforma il diritto penale in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie molto diverse, le persone migranti, i minorenni, le armi da taglio, gli attivisti, gli autori di reati comuni, come se fossero un unico problema di sicurezza. Il capitolo centrale riguarda la limitazione della libertà di protesta. L’articolo più controverso, e che anche questo è stato oggetto di un richiamo da parte del Presidente della Repubblica, è quello che prevede un fermo di polizia fino a 12 ore senza il controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di essere pericolosa sulla base di un sentimento, di una valutazione fatta dal funzionario di polizia. Allo stesso modo delle perquisizioni preventive.

Questo tipo di misure dobbiamo pensare che non erano presenti neppure nelle normative emergenziali adottate negli anni ’70, quindi in pieno terrorismo, in piena lotta armata. Oltre a questa misura del fermo e della perquisizione preventiva, che è già stata attuata in queste settimane e ha scatenato davvero molte polemiche e critiche, ci sono altre misure nel decreto che vanno nella stessa direzione. Per esempio l’inasprimento delle sanzioni per l’omesso preavviso delle manifestazioni, oppure l’estensione della durata delle cosiddette zone rosse, queste aree urbane, come per esempio le stazioni ferroviarie, colpite da maggiore microcriminalità. In queste aree potrà essere disposto il Daspo urbano, che era già previsto dai precedenti decreti di sicurezza, su soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per alcuni tipi di reati.

Infine, nuove norme contribuiscono a delineare una figura dell’agente di polizia che sostanzialmente viene sottratto al controllo della magistratura. Anche su quest’ultima questione c’è stato un intervento del Capo dello Stato, per cui è stato riscritto quella parte che riguardava l’azione del Pubblico Ministero nei casi di presunta legittima difesa da parte dell’agente, ma anche questa nuova formulazione continua a presentare diversi problemi.

L’approvazione del decreto è avvenuta il 24 aprile, al ridosso del giorno della Festa della Liberazione e delle sue celebrazioni. Questa coincidenza che effetto ha avuto?

Intanto è interessante che tutte le norme sulla sicurezza che ha emanato questo governo per certi versi ricalchino un’idea di rapporto dell’esecutivo con i poteri di controllo e con l’esercizio del diritto dell’opposizione di manifestare dissenso. Questo purtroppo ci riporta indietro di decenni ed è sembrata una provocazione. Forse anche per questo così tante persone hanno partecipato quest’anno alle celebrazioni per il 25 aprile in tutta Italia che sono state molto partecipate e anche molto trasversali di persone che si sono ritrovate intorno ai valori fondamentali della Costituzione e soprattutto dell’antifascismo.


(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 28 aprile 2026)

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