di Francesca Coin
A Lacchiarella, in provincia di Milano, sabato prossimo [11 luglio, Ndr] ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center [centro elaborazione dati: un enorme magazzino di server informatici, ndr] in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di centri di elaborazione dati che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale.
Sono numerose le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione, che si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia, mentre gli operatori prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni.
La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato forti preoccupazioni per i rischi legati alla salute, al consumo di suolo, di acqua e all’impatto sulle reti elettriche, spingendo i residenti a organizzarsi. Lo abbiamo visto negli Stati uniti, dove, in pochi mesi, si è formato un imponente movimento popolare costituito da centinaia di gruppi locali che si sono mobilitati per fermare la realizzazione di strutture di iperscala. Un esito tutt’altro che scontato, se consideriamo che la maggior parte di questi impianti nasce nelle zone rurali, le più difficili da organizzare data la distanza geografica tra i residenti. È anche grazie al lavoro di queste comunità che abbiamo appreso la pericolosità di queste strutture.
Gli hyperscale, data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto “Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints” della United nations university, ha reso noto che entro il 2030 i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti).
La quantità d’acqua necessaria al loro funzionamento è pari al fabbisogno idrico di 1,3 miliardi di abitanti. Per compensare l’impronta di carbonio, servirebbero 6,7 miliardi di alberi, il doppio degli alberi presenti nel Regno Unito. Questi pochi dati non sono che la punta dell’iceberg. Per Chiara Brocchetta, vicepresidente del comitato per la Tutela del territorio certosino, l’obiettivo è strutturare una rete capace di fare auto-formazione e informazione, oltre a interagire efficacemente con le amministrazioni. I comuni più piccoli, infatti, si trovano in una posizione svantaggiata quando negoziano con grandi investitori, disposti a pagare cifre elevate per costruire nei loro territori.
I comuni, inoltre, si trovano spesso a valutare progetti estremamente complessi, nei quali gli effetti sulla salute vengono sistematicamente minimizzati. Al contrario, uno studio del 2026 di Neha Gour e altri, che analizza per la prima volta l’impatto sanitario dei centri elaborazione dati in Virginia, mostra come le emissioni da gas naturale associate ai data center siano collegate a malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e oncologiche. La Lombardia, spiega Brocchetta, è già tra le aree più inquinate d’Europa. I rischi di queste strutture, pertanto, vanno valutati in modo cumulativo, considerando l’impatto degli inquinanti sulla situazione già critica del territorio.
Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Agricolo Sud, è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete dell’alta tensione e un consumo annuo previsto pari a quello dell’intera città di Bologna. Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme.
Uno dei nodi riguarda i generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera i 4mila litri, facendo rientrare l’impianto nell’ambito della direttiva Seveso III. Sul fronte termico, si stima un aumento fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri. La Lombardia è la regione più colpita in Italia, ma una analoga caccia al terreno sta avvenendo nella cintura di Roma. È anche per questo che lo scorso 4 luglio i comitati locali dei comuni di Certosa, Bollate, Abbiategrasso, Sant’Alessio, Siziano, Lacchiarella, Redecesio-Segrate, Buscate e Magenta, oltre alla Sindaca di Borgarello, Alberta Samuele, al Consigliere Regionale di Avs Onorio Rosati e al capogruppo della Lista Civica per Certosa, Enrico Battaglia, si sono riuniti a Certosa su iniziativa del comitato locale.
Sembra la battaglia di Davide contro Golia, quella dei territori rurali contro i data center. Eppure è una sfida possibile, come insegnano gli Stati uniti. È tempo che gli abitanti delle zone urbane vadano a dar loro man forte. Se le Big tech pensano di poter comprare la democrazia, sta alla società tutta impedirglielo.
(il manifesto, 9 luglio 2026)

