11 Giugno 2020

Legge contro l’omotransfobia: si parli di transessualità, non di identità di genere

La rete di “Inviolabilità del corpo femminile 1° febbraio” (di cui alcune di noi fanno parte) propone questo testo


Legge contro l’omotransfobia: si parli di transessualità, non di identità di genere


In luglio alla Camera comincerà la discussione sul ddl Zan contro l’omotransfobia. L’intenzione dei firmatari è di arrivare all’approvazione entro l’estate.

Legittimo che le persone Lgbt, se ne sentono la necessità, propongano una legge a loro tutela.

Discutibile invece che insieme all’orientamento sessuale si nomini l’“identità di genere”.

L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – viene fatta sparire.

È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli del genere a cui si intende appartenere (vedi proposta di legge del Movimento di Identità Transgender: potersi liberamente “iscrivere” all’anagrafe come appartenente all’uno o all’altro genere senza alcun passaggio pubblico, nemmeno una semplice perizia).

È il luogo in cui le donne nate donne devono chiamarsi “gente che mestrua” o “persone che allattano” perché nominarsi come donne in base al proprio corpo di donna è transescludente.

È il posto delle “lesbiche con il pene” che accusano le donne che le rifiutano sessualmente di essere Terf [acronimo inglese per “Femministe Radicali Trans-Escludenti”, NdR].

Delle atlete nate uomini che si nominano come donne ma conservano il loro corpo di uomini e con quello vincono tutte le competizioni sportive femminili, come denunciato ripetutamente dalla tennista Martina Navratilova.

L’identità di genere è il luogo in cui le quote politiche destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne (vedi la già responsabile donne del Labour Party Lily Madigan, trans diciannovenne nemica acerrima ed epuratrice delle sue compagne nate donne, o dell’americana Emilia Decaudin, che si è detto donna da un giorno all’altro per poter scalare il Partito Democratico).

È il luogo dei fondi destinati alla tutela delle donne, delle azioni positive, delle leggi, dei posti di lavoro per le donne di cui usufruiscono uomini che si identificano come donne.

È il luogo dei Women’s Study che devono cambiare la denominazione in Gender Study.

L’identità di genere è la ragione per cui le donne che si vogliono liberamente incontrare tra loro non possono farlo, e subiscono aggressioni quando lo fanno. Gli spogliatoi femminili a cui devono poter accedere persone con apparati genitali maschili. Le case-rifugio per donne maltrattate che devono ospitare anche persone con pene e testicoli.

L’identità di genere è il posto di Jessica Yaniv, trans canadese che ha costretto un buon numero di estetiste a chiudere bottega perché si rifiutavano di depilare il suo “scroto femminile” violando a suo dire i diritti umani.

È la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Silvyane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, sotto attacco come transfobica per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”.

L’identità di genere è il motivo per il quale la ricercatrice Maya Forstater è stata licenziata dopo aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico, e altre donne in UK sono sotto processo.

L’identità di genere ha a che vedere anche con altre questioni, come l’utero in affitto: le molte donne che lottano contro questa pratica vengono bullizzate come omotransfobiche che vogliono conservare il proprio “privilegio” e non accettano di cancellare la parola madre per essere definite “persona che partorisce”.

L’identità di genere sono i circoli Arcigay che chiedono la cacciata da Arci di Arcilesbica accusata di transfobia per avere organizzato un incontro con la femminista inglese Sheila Jeffrey, coautrice della Declaration on Sex-Based Women’s Right – la trovate qui sotto – testo alla base di una rete femminista mondiale.

Niente da obiettare, dicevamo, se il movimento Lgbt sente la necessità di una legge contro ogni discriminazione in base all’orientamento sessuale. Ma rinunci al concetto misogino di “identità di genere”, da troppo tempo brandito come un’arma contro le donne, e lo sostituisca con “transessualità”.

La parola giusta è quella.


https://womensdeclaration.com/


(facebook, 11 giugno 2020)

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