27 Febbraio 2023
La ventisettesima Ora - Corriere della Sera

«Segretaria» di partito: perché la parola della carica di Elly Schlein si porta dietro un pregiudizio e come romperlo

di Elisa Messina


«Segretario» o «segretaria» di partito? Elly Schlein, nuova leader del Partito Democratico, non si è mai posta il problema definendosi da subito «la nuova segretaria Pd». Non dovrebbe esserci nulla di strano o anomalo in questa precisazione.

Eppure in molte redazioni di news, all’atto di dare la notizia della sua vittoria, molte dite si sono sollevate dalle tastiere per qualche secondo ponendosi il dubbio: «La chiamiamo segretario o segretaria?» Retropensiero diffuso: «Non è che si offende se scrivo “segretaria”?» . Questione di secondi, eppure…

Pur nella consapevolezza che «segretaria» è la parola giusta da usare il dubbio si insinua lo stesso nelle nostre teste perché c’è un pregiudizio antico che pesa sul modo in cui è intesa la declinazione femminile del sostantivo: in caso di «funzioni di alto livello» (segretario di partito, segretario di Stato…), anche quando queste sono affidate a una donna, si preferisce usare il maschile. Giusto per non confonderla con la segretaria che redige lettere e tiene il calendario degli appuntamenti del manager.

«È la stessa cosa che capita ad altri nomi femminili professionali come “maestra”o “direttrice”: percepite culturalmente in modo diverso: la maestra è solo quella della scuola primaria, non “il maestro” nell’arte o nella musica, la direttrice è quella della scuola, non “il direttore” di giornale o d’orchestra”» spiega la sociolinguista Vera Gheno. «Non è un problema linguistico, ma culturale. Perché una cosa sono le “notazioni” che troviamo all’interno di un vocabolario a proposito delle singole parole e un’altra le “connotazioni”: i femminili professionali subiscono una limitazione di significato che è presente a livello sociale e culturale, è nelle nostre teste, non nella lingua. O almeno lo è stata fino a poco tempo fa perché le donne non avevano accesso a quelle professioni che erano tradizionalmente maschili».

Ma anche adesso che ci sono sempre più direttrici d’orchestra e di giornale, segretarie di sindacato e di partito, lo stereotipo socio-linguistico resta con la percezione di «diminutio» che quei femminili si portano dietro. L’antidoto? Usarli più spesso questi benedetti nomi professionali femminili: «Abituandoci all’uso il pregiudizio, prima o poi, scompare».

Tredici anni fa, quando Guglielmo Epifani, segretario uscente della Cgl, dette il suo endorsment a Susanna Camusso e disse «Vi presento la mia segretaria», l’espressione suonò alquanto imbarazzante tra i presenti. E la stessa Camusso a lungo si è fatta chiamare «segretario». E diciamo pure che nessun giornale o tv all’epoca si pose il minimo dubbio sul fatto di adottare il femminile nei suoi confronti. «Noi, per prime siamo vittime del patriarcato e del sistema di definizioni che ha generato» sottolinea Gheno. «Ma stando sull’esempio Camusso, vale la pena ricordare che quando, a un certo punto, le linguiste le fecero capire che adottare il femminile avrebbe avuto un effetto positivo a livello socio-linguistico proprio per liberare i nomi dalle connotazioni negative, fu lei stessa a decidere di definirsi “segretaria”»

Ecco, la scelta di definirsi. Ogni donna resta libera di farsi chiamare come vuole. Beatrice Venezi, da poco nominata consigliere per la musica dal ministro della cultura Sangiuliano, ribadisce di essere un «direttore d’orchestra». La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’inizio del suo mandato, volle subito smorzare la polemica che si era scatenata dopo la comunicazione di Palazzo Chigi in cui veniva definita ufficialmente «il presidente» del Consiglio: «Mentre voi discutete io penso ai problemi seri, chiamatemi come volete, anche Giorgia» disse sui social per chiudere il caso.

Ma anche questo è un problema serio e la scelta di definirsi, specie per chi riveste ruoli pubblici ha delle conseguenze: «Come vediamo, al bias sulla connotazione delle parole si sovrappone una questione politica», spiega ancora Gheno, «La rivendicazione dell’uso dei femminili professionali è considerata di sinistra mentre le donne di destra rivendicano la declinazione al maschile perché vogliono sottolineare il prestigio che una carica si porta dietro e di conseguenza l’importanza che spetti a una donna. Ignorando, però, che il tema non è linguistico, ma socio-culturale. Una polemica che è ancora vivace in Italia. Anche in Francia e Spagna, in passato c’è stato molto dibattito sul tema, ma diciamo che noi, su questa battaglia per i nomi professionali femminili, siamo ancora indietro. Non si riflette abbastanza sulle conseguenze collettive del proprio uso delle parole: usare i femminili finisce per normalizzare l’idea che in quei ruoli sia normale avere un’alternanza di uomini e donne. Mentre se continuiamo ad usare il maschile, le donne continueranno ad essere percepite in quei ruoli come un’eccezione».


(La ventisettesima Ora – Corriere della Sera, 27 febbraio 2023)

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