8 Luglio 2026
inGenere

Sparire dal mondo

di Marta Abbà


Le ragazze sono molto attive nella partecipazione alla vita pubblica, lo dimostrano i dati su referendum e iniziative popolari. Un impegno che si intensifica intorno a temi legati a diritti, welfare, ambiente e salute, ma che cala all’aumentare dell’età, quando carichi di cura, insicurezza economica e violenza di genere le fanno gradualmente “sparire” dallo spazio pubblico


Sessantotto per cento. Nella fascia tra i 18 e i 22 anni, quasi sette firme su dieci per referendum e iniziative popolari portano una firma femminile. Non è un’eccezione: tra i 23 e i 27 anni la quota resta attorno al 63%. Eppure nessuno ne parla. Il racconto pubblico sulla partecipazione giovanile in Italia – svogliata, disimpegnata, assente – ignora sistematicamente chi, in realtà, quella partecipazione la trascina.

I dati vengono dal progetto datiBeneComune, la collaborazione tra onData, ActionAid Italia e Transparency International Italia, che ha analizzato oltre 3,7 milioni di firme raccolte per 94 referendum e iniziative popolari. Il quadro che emerge ribalta uno stereotipo consolidato: le donne sono il 51-52% del totale delle firme, ma nelle fasce più giovani diventano una maggioranza schiacciante. E non solo al Nord, non solo nelle grandi città. Al Sud e nelle Isole la quota femminile media sale al 52-53%, sopra la media nazionale. La Sardegna, in diverse iniziative, supera il 58-60%. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia: tutte sopra la media. Il Meridione, che nei discorsi sul disimpegno civico finisce quasi sempre sul banco degli imputati, qui non resta indietro.

C’è anche una distinzione che i numeri rendono nitida. Nelle iniziative su diritti, welfare, ambiente e salute la presenza femminile è sistematicamente più alta. In quelle su nucleare, legittima difesa, immigrazione, la bilancia si inclina verso gli uomini. Non una partecipazione generica, quindi: orientata, selettiva, consapevole.

L’onere della partecipazione o della cura

«Le donne si fanno carico non solo del lavoro di cura domestico, ma anche del lavoro di cura pubblico della democrazia». Rossella Silvestre, ricercatrice di ActionAid Italia, usa questa formula con precisione. Non è una metafora: è una descrizione funzionale di ciò che i dati mostrano.

ActionAid ha condotto un’indagine demoscopica nell’ambito di una ricerca più ampia sulla prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne – uno studio sugli stereotipi di genere che attraversano gli spazi della vita quotidiana, compreso quello della partecipazione civica. Tra le donne della generazione Z (cioè nate fra il 1997 e il 2012), il 50% considera le decisioni collettive una responsabilità individuale. Tra gli uomini della stessa fascia d’età, il 39%. Tra le millennial (cioè nate tra il 1981 e il 1996): 55% contro 51%. «Gli uomini mostrano una visione più gerarchica» spiega Silvestre. «Delegano a chi occupa già un certo ruolo. Le donne vivono la partecipazione come un problema di tutte e di tutti, indipendentemente da chi siede a un tavolo istituzionale».

È probabilmente questa percezione diffusa di responsabilità collettiva a spiegare i numeri sulle firme. Le giovani donne non aspettano rappresentanza: si muovono direttamente. E lo fanno in modo trasversale, senza che la provenienza geografica incida in modo determinante. «L’essere giovane è di per sé un fattore» osserva Silvestre. «Questo vale al Nord come al Sud. La territorialità conta meno di quanto si immagini».

Il calo che spiega tutto

Le donne partecipano, poi però spariscono. Non tutte insieme, non di colpo. Ma dai 35 anni in poi la partecipazione femminile alla vita pubblica comincia a cedere, e continua a farlo fino alla soglia della pensione. È il momento in cui il lavoro di cura si fa più pesante – figlie e figli piccoli, genitori anziani, casa – e ricade in modo sproporzionato sulle donne.

I numeri dell’indagine ActionAid non lasciano margini di interpretazione. Il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce i figli e le figlie in autonomia: tra i padri, appena il 10%. La cura delle persone anziane pesa per il 37% sulle donne, per il 33% sugli uomini. Differenze che, sommate, producono un effetto preciso: le donne escono dallo spazio pubblico. Non perché cambino idea sulla democrazia, non perché smettano di sentirla come una responsabilità. Semplicemente, non hanno più tempo.

«Le vediamo sparire» dice Silvestre. «Non le vediamo più attraversare gli spazi pubblici, non le vediamo più attivarsi. E poi le vediamo riapparire quando quel carico di cura esce dalle mura domestiche». Il rientro nella partecipazione in età avanzata non è entusiasmo ritrovato: è il segnale che il peso si è alleggerito. I figli e le figlie sono cresciuti, i genitori sono venuti meno, è arrivata la pensione.

La ricerca di ActionAid aggiunge un altro strato che completa il quadro politico e sociale del paese. Dalla sua analisi emerge infatti che il 52% delle donne ha provato paura negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani della generazione Z quella quota arriva al 79%. Gli uomini frequentano gli spazi pubblici più delle donne – 49% contro 44% – e la presenza femminile crolla con l’età: dal 62% tra le più giovani al 30% tra le boomer (cioè con più di sessant’anni). Il 47% delle donne si sente svalutata nei contenuti culturali; tra le under 25, questa affermazione è vera per sette donne su dieci. Online la situazione non cambia: il 40% teme reazioni sessiste, con un picco del 59% tra le più giovani.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di più di una difficoltà a firmare una petizione. Raccontano come la partecipazione venga compressa da più direzioni contemporaneamente: il tempo sottratto dalla cura, la paura nello spazio fisico, l’assenza di rappresentazione culturale, l’ostilità digitale. E così «perdiamo un’amplissima fascia della popolazione che ha interessi e bisogni completamente diversi da quelli degli uomini della stessa età» dice Silvestre. «È una perdita per la società, non solo per le singole persone che vorrebbero esserci e non possono».

Cosa si può fare è meno misterioso di quanto sembri, anche se politicamente più scomodo da ammettere. Più servizi pubblici che redistribuiscano il lavoro di cura – asili, assistenza alle persone anziani, tempo scuola – sono la condizione strutturale perché le donne abbiano tempo da dedicare anche all’impegno civico. Silvestre lo dice senza giri di parole: «Bisogna alleggerire il carico che ricade sulle spalle delle donne. Non è un discorso solo sul mercato del lavoro: è un discorso sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, economica, sociale, culturale e politica del paese». La situazione, aggiunge, è probabilmente peggiorata: le reti comunitarie e familiari che un tempo assorbivano parte del carico si sono assottigliate, e con esse si è ridotto anche il tempo sottratto alla partecipazione.

Dati taciuti, realtà invisibili

C’è un paradosso che rende tutto questo ancora più difficile da affrontare: i dati che permetterebbero di misurare con precisione il fenomeno non esistono ufficialmente.

Il Ministero della Giustizia, titolare del sito attraverso cui vengono raccolte le firme digitali per referendum e iniziative popolari, non pubblica in forma aperta i dati disaggregati per genere ed età. Le informazioni ci sono: ogni firma è associata a un codice fiscale, quindi a un’identità, un’età, una provenienza. Ma restano chiuse in un’interfaccia che le mostra a schermo, voce per voce, solo dopo il login con Spid o carta d’identità elettronica. Nessun file scaricabile. Nessuna serie storica. Nessuna possibilità di analisi senza un lavoro manuale che nessun cittadino o cittadina comune è attrezzata a fare.

«È un sito che nasce per raccogliere dati» osserva Andrea Borruso di onData. «Parla di partecipazione democratica, dell’opportunità per la cittadinanza di incidere sul paese. Eppure mancano elementi minimi per poterne ricavare informazioni utili: quante persone hanno firmato nell’ultima settimana? Da dove? Di che fascia d’età? Chi lo vuole sapere lo deve guardare a schermo, un numero alla volta, ogni giorno, senza poter vedere come cambia nel tempo».

La normativa italiana sui dati aperti obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare in formati leggibili dalle macchine – file scaricabili, aggiornati, ben descritti, patrimonio comune fin dal momento della pubblicazione. Non succede. «La legge impone che i dati pubblici siano pubblicati in maniera adeguata, come un .csv, una tabella scaricabile» spiega Borruso. «Qui non avviene e questo è un paradosso per un ministero che le norme dovrebbe conoscerle bene» conclude.

I tentativi di sbloccare la situazione per via formale hanno prodotto una sequenza di rinvii. La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha interpellato il Ministero della Giustizia, che ha risposto di stare “valutando” la pubblicazione. Poi nulla. La segnalazione al Difensore civico per il digitale – che in Italia è l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) – ha aperto un procedimento che per regolamento dura mesi, e si chiude con un passaggio di responsabilità alla stessa amministrazione segnalata. «Ti rispondono che la tua segnalazione non è sbagliata» racconta Borruso «per dirti che hanno passato la palla alla pubblica amministrazione, che ha a sua volta trenta giorni per rispondere. Il tempo aumenta, la certezza diminuisce».

Il problema di fondo, spiega Borruso, è normativo prima che burocratico. Gli obblighi italiani sulla trasparenza sono deboli: se una pubblica amministrazione non risponde a una richiesta Foia (acronimo di Freedom of information act, che indica il diritto di accesso civico generalizzato), entro trenta giorni, il cittadino o la cittadina può fare ricorso, ma l’unica strada concreta rimane il Tribunale amministrativo regionale (Tar), con tutti i costi economici, organizzativi e di conoscenza che questo comporta. «Quando un cittadino non rispetta certe scadenze ci sono sanzioni, conseguenze formali. Per la pubblica amministrazione no. Il calcolo rischio-beneficio è tutto dalla parte di chi non risponde». Nessuna norma scoraggia attivamente l’inerzia. E così l’inerzia prevale.

Tecnicamente, pubblicare quei dati sarebbe semplice. Aggregarli a livello provinciale garantirebbe il rispetto della privacy – la normativa richiede un minimo di tre soggetti per fascia perché il dato non sia identificabile, soglia facile da rispettare nella quasi totalità dei casi. Esistono anche strumenti come i token di accesso, piccole password speciali che permettono a organizzazioni esterne di scaricare dati in modo automatico e tracciabile, senza rischi per il sistema. «Non è fantascienza» dice Borruso. «È quello che già succede in molti altri ambiti. Sui sensori di inquinamento atmosferico i dati vengono aggiornati ogni ora. Sui femminicidi, sulle raccolte firme, sulla salute degli anziani nelle case di cura: mille richieste, mesi di attesa, forse il Tar».

Chi decide cosa è importante rendere pubblico, e cosa no, non lo fa per caso. È una scelta culturale prima che amministrativa, e produce effetti concreti. Il contributo delle giovani donne alla democrazia dal basso, già documentato con fatica da chi si è costruito strumenti di raccolta autonomi, rimane ufficialmente invisibile. Ciò che non si misura non entra nell’agenda. E ciò che non entra nell’agenda non cambia. 


(inGenere, 8 luglio 2026)

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