di Ida Dominijanni
Il rovesciamento delle cause e degli effetti è da sempre un caposaldo del discorso sulla violenza politica (e impolitica, e prepolitica). In una intera giornata di lettura dei giornali e di ascolto della tv non ho mai, mai una volta (due eccezioni: Massimo Cacciari e Daniele Vicari), sentito nominare la guerra, il riarmo e la catastrofe climatica (qualcuno balbetta qualcosa al massimo sull’inflazione e sul costo della vita) fra i fattori violenti e generatori di violenza del nostro tempo. Tanto meno le politiche repressive dei governi (in Italia siamo all’ottavo decreto sicurezza). O il disfacimento dell’Unione europea, per vent’anni spacciata come faro luminoso del romanzo di formazione della “generazione Erasmus” e seguenti. La violenza sociale non nasce mai dal nulla, nasce sempre come risposta alla violenza di Stato – politica, economica, ormai anche militare – e all’occlusione delle prospettive di futuro. Sorprende piuttosto la sorpresa di fronte all’esplosione di quello che sta esplodendo. Ma davvero qualcuno pensava che tutto, dal caro-vita al caro-benzina al caro-casa al disfacimento della scuola, dalla militarizzazione dell’Europa al genocidio di Gaza, dal caldo assassino dell’estate scorsa alla cappa inquinata che sovrasta le città, potesse passare liscio? Davvero qualcuno pensa che il contrasto stridente fra ricchezza sfacciata e impoverimento progressivo potesse non accendere la miccia degli espropri nei salotti del lusso? o non provocare la rivolta di chi ha in mano la produzione del cibo che (ancora) ci sfama? Davvero qualcuno pensava che tutto questo potesse restare compresso e represso, o esprimersi in forme educate e perbene? E davvero qualcuno si stupisce che un dibattito pubblico degenerato a livelli mai visti nella storia della Repubblica potesse non generare forme di violenza giovanile muta, senza articolazione linguistica e politica? Luisa Muraro chiamava, senza ombra di denigrazione o disprezzo, “corpo sociale selvaggio” quello che vive, e talvolta esplode, ai margini o al di fuori dalla sintesi sociale. Faremmo bene, d’ora in poi, a cercare di decodificarne con un po’ di umiltà il vocabolario della rivolta.
(Facebook, 20 ottobre 2026)
