24 Luglio 2026
L’Imprevista

Una banda di sorelle? Riflessioni sui conflitti nel movimento femminista

di Ilaria Durigon e Sara Gandini


Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi in cui le donne sono diventate promotrici di pratiche di esclusione all’interno degli spazi femministi. Presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto, mailbombing alle organizzatrici, sale concesse e poi disdette senza spiegazione. Per citare soltanto i casi più recenti: a Feminism 2023 un dibattito sulla prostituzione è stato cancellato sotto la pressione di alcune realtà romane; in seguito è toccato alla presentazione, che doveva tenersi alla Biblioteca delle donne di Bologna, del libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, anch’essa cancellata. L’episodio più recente risale allo scorso maggio, con l’annullamento dell’evento, alla Casa delle donne di Pisa, che avrebbe dovuto ospitare la giornalista Monica Lanfranco. D’altra parte, anche all’interno dei luoghi storici del femminismo alla pratica della relazione, anche conflittuale, a volte si predilige la presa di distanza, la sottrazione al confronto e una gestione del dissenso che tende alla chiusura più che alla mediazione. In questo processo di polarizzazione, gli anni della pandemia hanno, infine, segnato un culmine quando in molti luoghi culturali e politici, inclusi alcuni spazi femministi, si è preferito evitare il confronto con chi metteva in discussione la gestione dell’emergenza sanitaria.

Questa situazione racconta di una fatica crescente a sostenere contesti conflittuali, preferendo allinearsi alla più comoda grammatica maschile degli schieramenti. Abitiamo un mondo sempre più abituato a pensare in termini di “noi” e “loro” e le donne sembrano non sfuggire a queste dinamiche: sappiamo che il conflitto richiede energie, espone alla possibilità di stare nel disaccordo o di cambiare idea, obbliga a fare spazio alla verità dell’altra. L’immagine è quella di una casa che si sgretola mentre nell’aria volano coltelli: la rappresentazione di ciò che accade quando il conflitto non trova parola e relazione, ma continua ad agire in forme indirette, opache e distruttive.

Il modo di intendere lo stare in relazione e il conflitto che emerge da queste situazioni assomiglia alle logiche con cui, dagli albori della nostra storia, la solidarietà maschile si è manifestata distruttivamente, come pratica di esclusione che considera l’altro come estraneo, che innalza steccati identitari invece di promuovere aperture e confronto, ossia, agendo come «una banda di fratelli» e non come «un flusso di sorelle» (U. Le Guin, da Non c’è tempo da perdere). Dagli episodi menzionati si impone, quindi, una domanda squisitamente politica: quando alcune donne usano le stesse armi della fratellanza escludente, la pressione, il silenzio imposto, la cancellazione, stanno davvero praticando la sorellanza che, crediamo, dovrebbe essere alla base delle pratiche femministe? O stanno semplicemente replicando una logica di potere con un lessico diverso?

La questione viene ulteriormente esasperata dalla tendenza, nelle società contemporanee, a confondere il conflitto con l’abuso, come ha rilevato Sarah Schulman. Per la saggista e attivista lesbica nordamericana, ad emergere è un’incapacità crescente di gestire le situazioni di tensione tra i nostri desideri, le nostre credenze e quelle degli altri: «Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi». Per sottrarsi a queste dinamiche rovinose, occorre ripensare le forme della conflittualità.

Una prima indicazione ci arriva da un vecchio numero di Via Dogana, uscito a dicembre 2001 dal titolo Fanno le guerre e non sanno confliggere, era appena cominciata la guerra in Afghanistan e la questione si manifestava, come ai nostri giorni, in tutta la sua urgenza. A conclusione del suo articolo di apertura, Luisa Muraro, dopo essersi interrogata intorno alla «tendenza a formare schieramenti» proponeva di «essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perché i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione, di volta in volta. Escluso – ha detto una che ascolto sempre – quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sé “irrinunciabile”» (Che cosa ci sta capitando?). Per superare la logica amica-nemica, occorre ragionare intorno ai guadagni che si possono ottenere rinunciando all’adesione sterile ai contenuti, senza dimenticare il chicco irrinunciabile che non prevede però la distruzione dell’altra.

L’immagine del «flusso di sorelle» di Ursula Le Guin ci viene, ulteriormente, in soccorso: la solidarietà femminile è fluidità, è come un torrente, è impetuosa, trascinante, inarginabile entro i recinti ideologici di strutture precostituite. Diversamente da quella maschile che nasce «dal controllo dell’aggressività nel perseguimento del potere», scrive Le Guin, la solidarietà femminile si dispiega sregolatamente, in forme mutevoli, perché scaturisce «dal desiderio e dal bisogno di aiuto reciproco, e dalla ricerca della libertà dall’oppressione». Dovremmo, forse, pensare simbolicamente alle nostre relazioni politiche tenendo a mente questi immaginari liberatori e trasformativi: guardare al movimento come a un fiume, nella fluidità di pensieri che si formano “di volta in volta”, che possono a volte avvicinare, a volte allontanare quando toccano quel chicco irrinunciabile, senza mai rinchiudersi, però, entro le sponde fragili dell’esclusione che, nelle continue perturbazioni politiche di quest’epoca, possono spaccarsi, e devastare.


(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

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