19 Novembre 2021
Il Quotidiano del Sud

Adelina non si è suicidata, è stata uccisa

di Franca Fortunato


«All’età di diciassette anni e mezzo venni sequestrata a forza e portata in un bunker. Fui violentata e poi portata in una casa e poi in un campeggio delle torture e degli stupri. Mi hanno venduta di banda in banda con destinazione prostituzione in Italia dove sono arrivata nel 1996 a bordo di un gommone, sul quale c’erano tantissime altre ragazze. Io sono finita a prostituirmi nel Varesotto. Ho subito l’inferno. Un giorno decisi di ribellarmi. Lo feci dopo quattro anni. Grazie alla mia denuncia sono state liberate 10 ragazze, 40 sono stati arrestati, 70 i denunciati, tutti condannati», sono parole di Alma Sejdini, Adelina, la donna che ha avuto il coraggio di mettersi contro la mafia albanese del racket della prostituzione e della tratta di esseri umani. Mafia non meno pericolosa di quella italiana. Adelina non viene considerata una testimone e collaboratrice di giustizia, per cui non entra in nessun programma di protezione. Non le viene data una casa, un lavoro, non le viene concessa la cittadinanza italiana nonostante continui la sua “missione” di liberare dalla schiavitù altre ragazze, convinta, come tante altre sopravvissute, che la prostituzione non è un lavoro, una libera scelta, meno che mai per donne vittime di tratta. La prostituzione è “abuso”, “violenza”, che le donne si trovano a subire da parte di uomini che pagano per avere accesso al loro corpo. Nella sua audizione alla Commissione parlamentare sull’indagine conoscitiva sulla tratta, a cui andò nonostante si stesse curando un cancro, si appellò a tutti perché fermino «la domanda, sanzionando i clienti. Nessuna donna si può prostituire da sola neanche se lo vuole. In Italia sono più di 120mila le donne vittime di tratta. Fate qualcosa per queste ragazze, non permettete che venga legalizzata la prostituzione, che vengano aperti i bordelli o le cosiddette zone rosse, non abolite il reato di favoreggiamento della prostituzione. Se oggi fossi ancora schiava starei dentro a quel bordello, così gli sfruttatori prenderebbero i soldi mentre lo stato incasserebbe le tasse». La sua è la stessa lotta di tante sopravvissute come Rachel Moran, autrice del libro Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, che puntano all’abolizione della prostituzione con la criminalizzazione dei clienti. Donne avversate dalla lobby dell’industria del sesso che, come anche tante donne, parla della prostituzione come sex-work e ne chiede la regolamentazione. Dopo la morte di Adelina, molte avrebbero fatto bene a tacere.

Adelina chiedeva la cittadinanza italiana per sentirsi al sicuro.

Il 28 ottobre si era presentata davanti al Viminale e in un atto estremo si era data fuoco. Il 6 novembre è tornata, allontanata dalla polizia, si è diretta verso il Ponte Garibaldi e si è gettata di sotto. «Questa notte mi troverete dentro una tomba. Fate quello che vi ho detto, diventate la mia voce, morta per morta, spero che altre Adelina avranno quello che non ho avuto io», è il suo messaggio di addio. Aveva lottato contro il cancro, contro la mafia albanese, non aveva una casa, era ospite di un prete, le amiche le pagavano il taxi per andare a farsi la chemioterapia, le avevano tolto lo status di apolide, le avevano assegnata la cittadinanza albanese ma lei non voleva tornare in Albania, sapeva che la mafia l’avrebbe uccisa. Andava ascoltata, protetta, aiutata e non abbandonata. E pensare che Mimmo Lucano, che ha accolto, protetto, dato una casa, un lavoro, un’identità, una speranza alle tante migranti approdate a Riace, è stato condannato dal tribunale di Locri. Quale tribunale giudicherà chi ha spinto Adelina verso l’abisso?


(Il Quotidiano del Sud, 19 novembre 2021)

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