di Rosalba Castelletti
Il 26 aprile di quarant’anni fa il cielo ai confini dell’odierna Ucraina si illuminò. Un test di sicurezza presso la centrale nucleare di Chernobyl fece esplodere il reattore numero 4 proiettando una nube radioattiva su tutta l’Europa. Le autorità sovietiche tacquero per giorni esponendo migliaia di persone al peggior disastro tecnologico del XX secolo. Quattro mesi dopo Svetlana Aleksievič s’immerse nell’abisso della “Zona di esclusione” intorno alla centrale e si trovò davanti a un mondo inesplorato. Undici anni dopo raccolse le voci dei protagonisti della devastante tragedia nel libro polifonico “Preghiera per Chernobyl” che ha ispirato una serie Hbo. «L’incendio divampò per giorni. La gente arrivava da ogni parte per osservare le fiamme che in effetti erano bellissime. Un bagliore cremisino, una meraviglia cosmica, uno spettacolo sbalorditivo. Questo era per la gente: uno spettacolo. Non capivano che si trattasse di morte. Oggi l’umanità è dimentica del passato e concentrata sul proprio destino, ma dovrebbe prepararsi alle nuove sfide naturali e tecnologiche». La scrittrice settantasettenne, Premio Nobel per la Letteratura, madrelingua russa, padre bielorusso e madre ucraina, parla in videocollegamento con Repubblica da Berlino dove è esiliata da sei anni fa. E avverte: «L’Uomo rosso, l’homo sovieticus, è sopravvissuto al disastro di Chernobyl e al crollo dell’Urss. Un uomo del passato senza idea di futuro. Siede al Cremlino e combatte in Ucraina».
Il disastro di Chernobyl è parte della memoria collettiva, anche di chi nell’86 non eraancora nato. La Zona, la Foresta rossa, la Pioggia nera, il sarcofago, i liquidatori sonoentrati nel mito. Ma, come dice un professore nel suo libro, «non sappiamo comericavarne alcun significato». Cos’è che neppure i suoi lettori potranno mai capire senza mai essere stati lì allora?
«Nell’86 ci trovammo in un vuoto, un mondo nuovo a cui non eravamo preparati. Per chi comeme ha visto le conseguenze dell’incidente coi propri occhi, non si tratta soltanto di immaginiindelebili, ma di un vero e proprio trauma. Per i bielorussi Chernobyl è stato un traumapeggiore persino della repressione della rivoluzione e della successiva partenza di circa unmilione di persone nel 2020. I bielorussi bevono Chernobyl, mangiano Chernobyl, respiranoChernobyl. Tutto è contaminato. L’incidente tormenterà diverse generazioni perché leparticelle radioattive non sono visibili, non hanno odore, non si possono toccare, ma vivranno a lungo. Centinaia o addirittura migliaia di anni».
Viene chiamato “incidente” perché nessuno lo provocò intenzionalmente, ma quanto contribuirono al disastro la segretezza e l’indifferenza ai vertici nei confronti della vita umana?
«Di tutto ciò che è successo, la colpa è dell’uomo. Il test fu preparato male o affrettato. È laconferma che l’uomo a volte non è all’altezza delle tecnologie che ha inventato. Ilquarantesimo anniversario di Chernobyl deve farci ricordare che ci aspettano nuove sfide.Ogni giorno assistiamo a cataclismi. La natura muta e le nuove tecnologie non fanno chedeteriorare l’esistenza. L’umanità deve imparare a convivere con questi cambiamenti. Einvece perde tempo con leggi “di seconda mano” imposte da uomini al potere venuti dal passato».
Nel suo discorso di accettazione del Nobel nel 2015, citando il filosofo Čaadàev,descrisse la Russia come «uno spazio di amnesia totale». Quarant’anni dopo Chernobylsono state costruite altre centrali, ci sono stati altri disastri come Fukushima e si torna a parlare di nucleare. Abbiamo dimenticato?
«Quanto è successo a Chernobyl non è stato compreso fino in fondo, né dagli scienziati, nédalla coscienza pubblica. Si spiega col fatto che, con la disgregazione dell’Impero, ciascuno hapensato alla propria sopravvivenza. Basti ricordare che, agli inizi della guerra in Ucraina,quando i russi si sono appropriati di Chernobyl, ai soldati fu impartito l’ordine di scavaretrincee nella zona contaminata. Ovviamente, pochi giorni dopo, tutti quei soldati finirono inospedale. Quando avvenne il disastro di Chernobyl, ci eravamo avvicinati a una certacomprensione di quanto fosse pericolosa l’energia nucleare per l’umanità. Invece, adesso, nelclima di odio totale in cui viviamo, tutti vogliono centrali nucleari o bombe atomiche e tuttoquesto è molto pericoloso. Oggi su di noi, per lo meno nell’ex Urss, è crollato il passato.Viviamo una sorta di nuovo medioevo. Non siamo andati verso il futuro, siamo tornati indietro».
Con “Preghiera per Chernobyl” e poi con “Ragazzi di zinco”, che raccoglie letestimonianze di reduci dall’invasione sovietica in Afghanistan, ha raccontato duetragedie che accompagnarono il crollo dell’Urss. Furono una causa o un effetto del collasso?
«Stava per crollare già da tempo. L’architettura dell’idea di convivenza all’interno dell’impero sovietico stava già barcollando e il disastro e la guerra ne furono conseguenze e concause».
In “Tempo di seconda mano” parla dello shock che seguì la fine dell’Urss. Dovevaessere l’ultimo libro del ciclo sulla crisi di quella che chiama “utopia rossa”. Ma dopo larepressione della rivoluzione bielorussa del 2020, poi il conflitto in Ucraina del 2022,ha compreso che l’homo sovieticus, incarnazione del regime comunista, non è davvero morto. Chi è “l’Uomo rosso”, come lo chiama lei, su cui sta scrivendo il suo nuovo libro?
«L’Uomo rosso combatte in Ucraina mandato a fare la guerra dall’Uomo rosso al Cremlino.Sono uomini del passato che non hanno mai rinunciato alle idee di una volta. Sì, ho capito chel’Uomo rosso non è per niente morto e molte idee comuniste non sono morte. Soprattutto inRussia dove si sta cancellando ogni eredità di quel periodo che fu “un assaggio di democrazia”.Adesso c’è una tregenda di forze oscurantiste, come il filosofo Aleksandr Dugin o altri chechiedono di vietare spettacoli e libri e cancellano qualsiasi eredità di quel tentativo di democrazia. Forze risalite dal fondo che fanno tanta paura».
In Russia tornano i busti a Iosif Stalin e proprio in questi giorni l’Accademia dell’Fsb è stata reintitolata da Vladimir Putin a Feliks Dzeržinskij, il capo della polizia segreta sovietica…
«È la conferma che il passato avanza. Il Cremlino vuole recuperarlo, persino in una versioneancora più terribile. Non ha un’idea di futuro, perciò recupera vecchie idee “di seconda mano”.Putin ha più volte ripetuto che per la Russia non esistono altri alleati se non il suo esercito e lasua marina. Sono le parole di un vecchio Zar. Perciò i suoi carri armati hanno invaso l’Ucrainae sono pronti ad andare oltre. Ma mi chiedo dove sia finito il popolo russo, quel popolo cheamava la letteratura, che leggeva tanti libri, che demolì la statua di Dzeržinskij in piazzaLubjanka. Una parte del popolo tace perché è pericoloso dire la verità, ma un’altra parte èstata corrotta da Putin e va in Ucraina a fare la guerra e ad ammazzare perché viene benpagata. I soldati a contratto tornano con le tasche piene di soldi e i loro vicini li invidiano e si arruolano a loro volta. È la perversione della morale per denaro».
Di chi è la colpa? Di Putin che ha corrotto il popolo o del popolo che si è lasciato corrompere?
«I dittatori cercano sempre di coinvolgere più gente possibile nelle loro nefandezze e direndere i loro popoli complici. Per farlo corrompono, intimidiscono, reprimono. Lo vedo nellamia patria, la Bielorussia, e in Russia. Ma condivido il parere di Hannah Arendt che invitava anon accettare la responsabilità collettiva perché ciascuno è responsabile di quello che ha fattoe di come ha vissuto. Capisco però chi tace pur consapevole di quel che accade. In Russia rischi anni di carcere».
Nel libro “La guerra non ha un volto di donna” racconta che, il giorno in cui finì laSeconda guerra mondiale, i soldati spararono in aria tutte le munizioni convinti chenon avrebbero più combattuto guerre. In Russia invece lo slogan “Mai più” è statosostituito da “Possiamo ripeterlo”. E nel mondo vediamo il moltiplicarsi di guerre, da Gaza all’Iran. Come mai?
«Penso che fare la guerra sia insito nell’essere umano».
Anche le democrazie sono in crisi?
«Stanno facendo marcia indietro. Tuttavia, credo sia un fenomeno temporaneo. Il mondo inogni caso si muoverà verso la democrazia. Le nuove generazioni non accetteranno lo stile di vita medievale che viviamo adesso e che ci viene imposto. Lo spero tanto».
L’ intelligencija costretta all’esilio che ruolo può avere?
«Sembrava che saremmo potuti tornare nelle nostre patrie dopo un mese, poi dopo un anno,ma non è andata così. Io vivo in esilio in Germania da sei anni oramai e non vedo all’orizzontealcuna possibilità di tornare nella mia casa a Minsk. Torneremo, magari non la miagenerazione, ma i più giovani torneranno. Nel nostro piccolo, noi intellettuali facciamo di tutto per creare un’idea di futuro».
(la Repubblica, 26 aprile 2026)

