29 Marzo 2026
La Sicilia

Arazzi femministi per la pace

di Pinella Leocata


Apre il corteo da piazza Stesicoro a piazza Università il grande albero delle madri che annuncia “Catania città di pace”. Attorno è un fiorire di arazzi tessuti da mani femminili. Ed è un’esplosione di colori, pitture, collage e ricami che narrano le esperienze e le parole delle donne della rete “10, 100, 1000 piazze per la pace” nata il 26 giugno 2025 per dire basta a tutte le guerre. Nessuna presa di posizione contro “il nemico” di turno, ma la rivendicazione della necessità del dialogo, del confronto, della ricerca di soluzioni nonviolente seguendo le pratiche e le parole del femminismo, a partire dalla volontà di “disarmare il linguaggio per disarmare le menti”. Le donne per la pace rivendicano la necessità di pensare il presente attraverso una politica del disarmo, della cura e della giustizia. Pensieri e pratiche elaborati nel corso di decenni e ora impresse nella “Carta dell’impegno per un mondo disarmato: tessere la pace, custodire il futuro” redatta l’anno scorso dalle tre realtà che hanno creato la rete italiana delle “10,100, 1000 piazze per la pace”: la Biblioteca delle donne Udi di Palermo, le donne cristiane di Pinerolo, e le donne di Caltanissetta. Una rete che si è costituita anche a Catania con la partecipazione di La Città Felice, La Ragna-Tela, Udi, Cgil e le associazioni Penelope, Restiamo umani e Docenti democratici. Insieme, con i loro slogan, canti e bandiere, hanno portato le ragioni della pace a Sigonella, al Muos di Niscemi e hanno dato vita a numerosi confronti e manifestazioni. Quella di ieri è dedicata agli arazzi di pace che parlano dell’energia che dalle mani di donna si trasmette al filo che ricama, unisce, crea relazioni, dialogo. Arazzi che il 20 giugno prossimo si uniranno a quelli creati in altre 150 città d’Italia per una grande manifestazione nazionale per la pace cui ne seguirà un’altra, a settembre, a Gibellina.

«Tessere, cucire, rammendare – dicono – sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura, fanno parte dell’antica esperienza delle donne fatta di attenzione ai legami e alla vita. Portarli nello spazio pubblico significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e della responsabilità verso il mondo». È una nuova resistenza che dice che «la guerra non è inevitabile. Sono i governi, gli eserciti e le industrie belliche a volerle». Per questo bisogna smascherare «l’uso della forza travestito da difesa» ed essere consapevoli che «le guerre che devastano in mondo non sono un’anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere».



(La Sicilia, 29 marzo 2026)

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