di Franca Fortunato
La strada dell’intelligenza artificiale, a detta dei suoi stessi creatori, si sta rivelando sbagliata. L’8 settembre Jacob Coxon, un ricercatore di Anthropic, si è dimesso accusando la sua stessa azienda e OpenAI di correre verso l’apocalisse. «Le persone che sviluppano l’IA – ha detto – credono che questa tecnologia potrebbe eliminare tutti. Molti dirigenti delle aziende mitigano i loro timori con la stampa». «La corsa verso una superintelligenza – ha aggiunto – capace di auto-migliorarsi potrebbe arrivare a mettere in pericolo persino la sopravvivenza dell’umanità entro la fine di questo decennio». Si parla di sistemi, capaci di migliorarsi autonomamente al punto da sfuggire al controllo umano. Coxon ha aperto il vaso di Pandora. Dopo di lui, Evan Hubinger, che ad Anthropic guida il lavoro sulla sicurezza dei modelli, ha dichiarato che «c’è una possibilità superiore al 10% che l’umanità si estingua entro 10 anni». Il dirigente di Anthropic Dario Amodei ha confermato che «esistono pericoli reali», aggiungendo che «per troppo tempo l’industria ha mentito sul fatto che queste tecnologie non comportassero rischi». Oggi propone «un rallentamento coordinato, verificato da valutatori indipendenti e sostenuto da accordi tra governi». D’accordo con lui si sono detti Sam Altman e Elon Musk. A seguire, 1300 ricercatori, impegnati nello sviluppo dell’IA, hanno firmato un appello per chiedere al governo Usa che sostenga «uno sforzo internazionale» per «rallentare l’avanzata dell’IA».
Si sta riproponendo lo stesso scenario della fabbricazione della bomba atomica, un’altra strada sbagliata, che ancora oggi fa paura. Allora ci furono scienziati che si rifiutarono di partecipare al progetto. Lise Meitner, grande scienziata, disse: «Non avrò niente a che fare con una bomba atomica». Chi vi partecipò lo fece con grande entusiasmo, in nome di una scienza senza limiti, e solo dopo il test cominciarono a farsi domande «sul futuro della civiltà e sui rischi che comportavano i progressi della scienza». Finita la guerra in Europa, ma non nel Pacifico, anche allora molti ritenevano che il progetto doveva rallentare o addirittura fermarsi, e che comunque la bomba non andava sganciata sul Giappone. Sappiamo come è andata a finire. Solo dopo Hiroshima e Nagasaki molti si pentirono, si sentirono in colpa, ma ormai era troppo tardi. Per l’intelligenza artificiale nessuno si è rifiutato di partecipare al progetto. Oggi gli stessi creatori scoprono che è pericolosa. Davvero era difficile immaginarne le conseguenze o le hanno volutamente ignorate? Chiedono di rallentarne l’avanzata, ma non di fermarla. È come dire rallentiamo l’apocalisse ma non la fermiamo. Donald Trump li ha bollati come “forze molto negative” e non ha alcuna intenzione di rallentare, per mantenere il vantaggio sulla Cina. Jacob Coxon se n’è andato, rinunciando a un contratto milionario. Quanti altri lo seguiranno? Per chi ha investito montagne di soldi, alla fine, prevarrà l’avidità o la responsabilità? La verità è che ci sono strade che non bisogna prendere, come insegna Sun-tzu nell’Arte della guerra, antico libro della sapienza cinese, a cui si rifà Luisa Muraro nel suo libro L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. «Ci sono strade – scrive il saggio – che non bisogna prendere, ci sono ponti che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere». Tra le strade che non bisognava prendere, Muraro indica, oltre alla bomba atomica, l’eugenetica che, «tradotta in programmi di governo nell’Europa del centro-nord e negli Usa, è infine sfociata in un genocidio» e l’utero in affitto che distrugge il fondamento della civiltà umana, il venire al mondo da corpo di donna, nella relazione con la madre. Strade che non bisognava prendere sono l’IA, il riarmo e il surriscaldamento globale, che mettono a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Denunciare il pericolo dell’IA non è catastrofismo ma presa di coscienza, per fermare e non procrastinare una catastrofe senza ritorno.
(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 20 settembre 2026)

