di Laura Colombo
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.
Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.
Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.
Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.
Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.
Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.
È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.
Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.
Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.
La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.
(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

