di Franca Fortunato
Alla notizia della morte suicida di Denise, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009, fatta a pezzi e sciolta nell’acido dal marito ’ndranghetista Carlo Cosco, ho sentito un grande dolore e un profondo turbamento. Dolore per un’altra giovane vita andata perduta. Turbamento legato alla memoria di altre donne, appartenenti a famiglie mafiose, che si sono “suicidate” o sono state “suicidate”, dopo essere diventate testimoni o collaboratrici di giustizia contro i propri famigliari. Penso a Rita Atria, la diciassettenne che il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la morte di Borsellino, per lei come un padre, si è buttata dal balcone dell’appartamento dove, da pochi giorni, era stata trasferita dall’Alto Commissario dell’Antimafia. Dalla Sicilia era stata portata a Roma, in località protetta, sotto falso nome. Giovanna Cucé e Nadia Furnari in un recente libro-inchiesta dal titolo Io sono Rita. Rita Atria la settima vittima di via D’Amelio, dopo aver visionato le carte processuali e altri documenti, si dicono convinte che quella morte non è del tutto chiara e convincente e che qualcosa nel sistema di protezione non ha funzionato come doveva. Penso a Maria Concetta Cacciola che, divenuta testimone di giustizia, a un certo punto uscì dal programma di protezione per tornare dai suoi figli, lasciati colpevolmente alla sua famiglia mafiosa da cui voleva fuggire, per il loro bene. La “suicidarono” il padre e la madre, che sono stati poi processati e condannati. Penso a Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la sua collaborazione con i magistrati. Denise, il cui volto non ho mai visto, il 6 settembre si è lanciata dalla finestra di casa sua, al terzo piano di una palazzina ad Ariccia, in provincia di Roma. Viveva lì da qualche anno e nessuno conosceva il suo vero nome. Dal 2018 non era più nel programma di protezione. Aveva testimoniato in tribunale contro il padre, i parenti e il primo fidanzato, riconosciuti colpevoli dell’uccisione della madre e condannati all’ergastolo. «Non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre – aveva detto in aula prima di testimoniare contro di lui – ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita». E lei, in tutti questi anni, in memoria della madre e in fedeltà al suo insegnamento, ci ha provato a ripartire, passando anche attraverso cadute da cui si è sempre rialzata. Aveva un compagno, incontrato nel periodo in cui si era persa, e un figlio di quattro anni, ma questo non le è bastato per continuare a vivere sotto il peso di una storia tremenda e tragica che ha segnato la sua adolescenza e la sua vita di donna. Recentemente aveva tentato di incontrare quel padre assassino, forse per fare pace con se stessa e poter andare avanti. «Mi hanno rovinato la vita ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto provo pena per lui», aveva detto anni fa. Non so, visti i precedenti, se si è veramente suicidata, non spetta a me accertare la verità. Ma so di certo che la mafia non perdona e non dimentica, anche a distanza di tanti anni. Denise è morta alla stessa età di sua madre, 35 anni, e se è vero che si è suicidata sappiamo chi l’ha portata a questo gesto estremo. Un gesto che ci dice come una figlia, separata dalla madre in modo orrendo e crudele, come è stato per lei, non sempre riesce a trovare in chi l’ama e le sta accanto la forza di sopravviverle. Quante figlie e figli, testimoni di femminicidio da parte del padre, condividono con Denise la fatica di sopravvivere? Grande è il dolore che tanti uomini infliggono ancora all’umanità femminile! Mi chiedo, come mai da anni, che io sappia, non ci sono più donne testimoni o collaboratrici di giustizia? Perché Denise, se lo ha fatto, ha scelto di uccidersi proprio adesso? Non ho una risposta ma un interrogativo. C’è ancora spazio per la libertà delle donne in un mondo in guerra, dominato dalla forza e in cui dilagano violenza e morte? Addio cara Denise, riposa in pace accanto a tua madre.
(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 12 settembre 2026)

