di Pinella Leocata
Sono arrivate da varie parti della Sicilia per ribadire il proprio “No” alla guerra e alla violenza. E lo hanno fatto con un presidio-manifestazione davanti alla base di Sigonella, di cui chiedono da tempo la smilitarizzazione. Fanno parte della rete italiana “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che si è costituita nel giugno scorso per opporsi al genocidio dei palestinesi, alla guerra e alla repressione dei popoli e delle libertà femminili. Queste donne ora scendono in strada di nuovo, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Guerra del Golfo che allora suscitò sgomento e sorpresa, mentre oggi le guerre scoppiano ovunque nel mondo come se questo fosse ritenuto normale.
E, invece, queste donne – e gli uomini che stanno al loro fianco – gridano che la guerra non deve essere considerata come un orizzonte percorribile, come una delle possibilità, perché le guerre e le strutture militari generano dolore e morte e questo è sempre inaccettabile. «Noi donne – dice Anna Di Salvo della Ragna-Tela – pratichiamo la politica della vicinanza e della prossimità, ma la base di Sigonella, collegata al Muos e al porto militare di Augusta, è una pessima vicina di casa. La sua presenza fa sentire la nostra isola e il nostro territorio minacciati. Questa nostra terra, che per i doni che ha ricevuto è vocata alla bellezza e alla produttività, è stata votata al dolore, alla guerra e alla devastazione. Da qui partono i droni e i bombardieri per i fronti di guerra e questa base ha avuto un ruolo attivo anche nel genocidio del popolo palestinese».
Per questo le donne di La Città Felice, Ragna-Tela, Udi, Cgil, Fare stormo, Il cerchio delle donne, Centro antiviolenza Elvira Colosi, Penelope, Femministorie e Donne di classe, insieme agli attivisti di Catanesi solidali con il popolo palestinese, Anpi, Rifondazione, Comitato Antico Corso, Circolo Olga Benario, Sunia e Cobas scuola, Koine, Potere al popolo, No Muos, Alleanza Verdi Sinistra e Sinistra anticapitalista gridano che Sigonella va smilitarizzata. «Perché è un avamposto di guerra e di morte nel nostro territorio; perché è una base americana e italiana da cui ogni giorno partono sofisticate armi che uccidono bambini/e, donne e uomini, distruggono città e territori e alimentano la sete di potere e sangue degli ottusi governanti del mondo; perché l’aggressione di Trump al Venezuela e l’espansionismo americano vanno fermati; e perché patriarcato, guerre e violenze maschili sono per noi un’unica narrazione». Per questo queste donne si oppongono al militarismo che «è una cultura bieca affine al bullismo», una cultura che «normalizza lo stupro di guerra, soprattutto dei popoli vinti, per cui si fa scempio del corpo delle donne come si fa scempio dei territori e dei popoli come in Palestina, Sudan e Iran». Contro questa cultura ribadiscono la loro attenzione all’ambiente, alla pace, alle regole pacifiche di convivenza e alla composizione dei conflitti senza ricorso alla violenza. Per questo si oppongono al paradigma che considera la guerra come naturale, e dunque al ripristino della leva obbligatoria e alla promozione della carriera militare nelle scuole. «Vogliamo disarmare le parole per disarmare le menti», ripetono mentre srotolano i loro striscioni che gridano «Fuori la guerra dalla storia» e «Donne vita libertà» in omaggio alle donne iraniane massacrate da un regime violento e misogino.
(La Sicilia, 19 gennaio 2026)

