27 Febbraio 2026
il manifesto

La figlia di Francesca Albanese porta le sanzioni di Trump in tribunale

di Chiara Cruciati 


Conti bloccati, sanità negata, casa confiscata: le misure restrittive contro la relatrice Onu e la sua famiglia sono pari a «una morte civile». E ora finiscono in aula


L.C. ha dodici anni, è cittadina statunitense nata da genitori italiani e ieri, attraverso i suoi avvocati, ha denunciato il presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Insieme a lei, il padre Massimiliano Cali: il ricorso presentato ieri alla corte distrettuale di Columbia chiede un’ingiunzione per bloccare l’ordine esecutivo 14203. È l’ordine con cui sei mesi fa l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro la madre di L.C. e moglie di Massimiliano, Francesca Albanese.

Relatrice Speciale delle Nazioni unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Albanese è sottoposta a rigide misure restrittive sulla base dell’EO 14203, emesso il 6 febbraio 2025 e dal raggio ben più ampio: nella rete è stata catturata la Corte penale internazionale, colpevole agli occhi di Washington di sottoporre a indagini l’alleato israeliano.

Sono piovute sanzioni contro giudici e procuratori e contro i soggetti che hanno collaborato alle indagini sui crimini commessi in Palestina, svariate ong palestinesi e – appunto – Francesca Albanese. Per lei si è mosso il segretario di stato Marco Rubio, il 9 luglio scorso, designandola Sdn (Specially Designated National) «per aver preso parte direttamente a qualsiasi tentativo della Cpi di indagare, arrestare, detenere o perseguire una persona protetta» (così sono definiti i cittadini statunitensi e di paesi alleati).

Gli effetti delle sanzioni hanno stravolto la vita non solo della relatrice ma anche della sua famiglia che a Washington aveva acquistato una casa, acceso un mutuo e aperto un conto corrente (il marito, Cali, lavora alla Banca mondiale). «La designazione SDN – si legge nel ricorso che il manifesto ha potuto visionare – vieta a Francesca di ricevere o dare, direttamente o indirettamente, fondi, beni o servizi ad altri; vieta inoltre ad altri di dare o ricevere fondi, beni o servizi a Francesca. Le sanzioni hanno causato e continuano a causare danni irreparabili alla famiglia Cali».

Seguono svariati esempi: l’interruzione dei rapporti di lavoro e delle relazioni professionali di Albanese (la fine delle collaborazioni con la Georgetown University e la Columbia University; la cancellazione di iniziative in altre istituzioni statunitensi e di viaggi aerei); il divieto a istituzioni finanziarie di fornire servizi alla famiglia (mutui, conti correnti, carte di credito); la cessazione dell’assicurazione sanitaria per l’impossibilità di pagarla e il rifiuto di quella del marito di coprire anche le sue spese; la confisca della loro casa.

E ancora, il divieto imposto a Albanese e a Cali di entrare negli Stati uniti, con tutto ciò che comporta in termini professionali per i lavori che svolgono (Onu e Banca Mondiale hanno la loro sede principale negli States). Infine i gravi danni ai diritti della figlia, L. C.: «L’EO 14203 non prevede eccezioni per i minori o i figli cittadini di una SDN – prosegue il ricorso – In virtù della sua cittadinanza statunitense, L.C. è esposta a responsabilità penale se dà o riceve qualcosa di valore dalla madre».

Misure punitive che, spiega lo studio legale Steptoe, «sono descritte dagli esperti come “morte civile”» e che sono di solito applicate a «terroristi, boss della criminalità organizzata, leader militari genocidari, e «non a individui con la cui voce pubblica il governo non è d’accordo». È lì il punto su cui si concentra il ricorso, con un lungo elenco di leggi e sentenze che l’ordine esecutivo viola. A partire dalla base fondativa della democrazia statunitense: la Costituzione e il suo primo emendamento che protegge la libertà di espressione.

«Francesca… raccoglie fatti relativi al conflitto israelo-palestinese, li analizza, li riporta pubblicamente e formula raccomandazioni. Non ha alcun controllo sulle attività della Cpi. Sebbene il governo sia chiaramente in disaccordo con il suo punto di vista, sanzionarla allo stesso modo di terroristi, narcotrafficanti e oligarchi russi non ottiene altro scopo che intimidire coloro con cui il governo non è d’accordo. Questo non è un interesse statale impellente. Non è un interesse statale legittimo», concludono i legali. E soprattutto, Washington non può dimostrare l’eventuale efficacia delle sanzioni: sottoporre Albanese e la sua famiglia a simili durissimi restrizioni non avrà alcuna conseguenza sulle indagini dell’Aja.

Sull’altro lato dell’oceano, intanto, interviene la Francia: Parigi non muoverà più richiesta all’Onu di licenziare la relatrice, si limiterà a «un richiamo». Un passo indietro dovuto, si dice, alla mancanza di sostegno in Consiglio di Sicurezza.


(il manifesto, 27 febbraio 2026)

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