di Franca Fortunato
C’è una storia della lotta delle donne iraniane contro il regime degli ayatollah che viene da lontano e che oggi rischia di essere travolta dalla rivolta in corso in Iran, a cui anche le donne stanno partecipando e morendo sotto la feroce repressione. Mi riferisco al fatto che l’ondata di protesta pacifica, scoppiata il 27 dicembre scorso dal Bazar di Teheran per il crollo della valuta locale e la crisi economica e dilagata rapidamente in tutto il Paese, a un certo punto si è trasformata in violenza e caos. Alcuni manifestanti nella capitale hanno dato alle fiamme auto, palazzi governativi, banche, moschee, autobus, e c’è chi – israeliani e statunitensi – soffia sul fuoco e minaccia interventi militari in nome della libertà dal tiranno, come hanno fatto, con esiti catastrofici, in Iraq, in Libano, in Siria e in Afghanistan “per la libertà delle donne”. In difesa del regime e della patria, contro le minacce dei nemici interni ed esterni, gli ayatollah hanno chiamato in piazza migliaia di iraniani, agitando così il fantasma di una guerra civile. Minacce e violenze che hanno reso più feroce la repressione nelle piazze con migliaia di morti, feriti, carcerazioni con condanne a morte. Vittime tantissime/i giovani che si sono uniti alle proteste. Rubina Aminian è una di loro. Giovane studentessa curda, si era unita alle proteste dopo essere uscita dall’università a Teheran. Le hanno sparato alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata. Ai suoi genitori hanno negato il funerale, dopo aver trovato davanti all’università il suo corpo dentro un sacco nero, accanto a centinaia di corpi di altre/i giovani. «Non siamo ingenui – dice Arezu F. del movimento “Donna, Vita, Libertà” (il manifesto, 13/01/2026) –. Il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi. La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili». La strada è lunga ma sono le donne iraniane, insieme agli uomini, che la devono percorrere fino in fondo, memori del tradimento subito dalle loro madri da Khomeini, “il Messia”, dopo la rivoluzione del 1979. Cacciato lo scià, la rivoluzione, di cui le donne furono protagoniste, prometteva democrazia e libertà. Le donne ben presto si resero conto che, con la salita al potere dei militanti islamici, avevano portato al governo un regime che imponeva loro la sottomissione, in nome di Dio e del Corano. La ribellione fu immediata. Per l’8 marzo di quell’anno, centomila donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo dell’hijab e altre restrizioni islamiche. Molte manifestanti furono aggredite e ferite da gruppi di fanatici e paramilitari, sotto lo sguardo impassibile delle forze di sicurezza. Da allora la rivolta contro l’obbligo del velo non si è più fermata, inventando, di volta in volta, nuove pratiche di resistenza e di ribellione fino al 2022 quando la morte di Mahsa Amini, la giovane studentessa curda uccisa dalla “polizia morale” per aver indossato il velo in modo non conforme, determinò una svolta. Nacque il movimento Donna, Vita, Libertà il cui grido risuonò in tutte le piazze del mondo. A Teheran le donne nelle piazze sfidarono il regime, si tolsero il velo, si tagliarono ciocche di capelli in segno di protesta, la repressione fu feroce ma non fermò la protesta sostenuta dalle donne in tutto il mondo. Un sostegno mai venuto meno. Oggi, la piazza di Teheran non è più la piazza delle donne e forse è tempo per loro di andare via da lì – cosa che sta già accadendo – per vanificare il tentativo di Trump e Netanyahu che stanno cercando di appropriarsi della loro lotta per fini che nulla hanno a che fare con la loro libertà.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 18 gennaio 2026)

