di Francesca Bellini
Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400
Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.
Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.
Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.
Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.
Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.
Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.
Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.
Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.
Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci.
Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.
«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».
Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.
Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».
Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».
(Altreconomia, 16 marzo 2026)

