1 Ottobre 2026
il manifesto

L’associazione Anziane per il clima: “Siamo attiviste madri e nonne e quello che ci sta più a cuore è il futuro dei giovani”

di Eleonora Dragotto


Da più di dieci anni un gruppo di pensionate svizzere si batte perché il proprio Paese agisca contro la crisi climatica. Si chiama Anziane per il clima (in tedesco Klimaseniorinnen Schweiz) e conta 3.300 socie con un’età media di circa 76 anni. Dopo aver fatto causa allo Stato svizzero, il movimento è arrivato fino a Strasburgo. E nel 2024, con una storica sentenza, la Corte europea dei diritti dell’uomo gli ha dato ragione, stabilendo che la Svizzera non stava facendo abbastanza per contrastare il cambiamento climatico. Una sentenza storica per le controversie sul clima di tutto il mondo. Abbiamo parlato di giustizia climatica con Norma Bargetzi-Horisberger, una delle fondatrici, che giovedì 8 ottobre parteciperà a Bergamo Scienza.

Succede che le persone, una volta anziane, tendano a diventare più conservatrici, forse nel tentativo di preservare il mondo in cui sono state giovani. In questo senso, voi “Anziane per il clima” siete un’eccezione. Come siete nate?

La nostra associazione è stata fondata nel 2016, ma tutto è iniziato un po’ prima, da un gruppo di donne anziane molto preoccupate per la situazione climatica del mondo e soprattutto per il fatto che nel nostro Paese, a livello politico, non si facesse nulla per contrastarla. Fonte di ispirazione per noi è stata la vittoria di una Ong che aveva fatto causa contro i Paesi Bassi per inadempienza rispetto alla protezione del clima. Così, con il sostegno di Greenpeace e di un team legale, abbiamo cercato di capire come usare le vie legali per smuovere la situazione. Visto che molte delle persone decedute a causa del caldo sono donne anziane, abbiamo deciso di organizzarci in un’associazione come vittime e fare causa al nostro Stato.

Personalmente, perché ha deciso di aderire ad Anziane per il clima?

Per tutta la vita sono stata molto impegnata nei temi che riguardano l’ecologia, la nostra terra e il nostro modo di vivere e convivere con la natura. Ho avuto il privilegio di crescere in una famiglia con nonni contadini molto vicini alla natura, quindi fin da bambina ho imparato il suo valore.

Da quando è nato nel 2016, il vostro movimento è molto cresciuto.

Inizialmente eravamo 150, mentre adesso siamo circa 3.300 socie, oltre a 1.800 sostenitrici o sostenitori.

In Italia i giovani attivisti di Fridays for future e Ultima generazione vengono spesso presi di mira nonostante le loro azioni siano sempre pacifiche. Voi invece li avete sempre sostenuti.

Avendo scelto la via legale, la nostra modalità di azione è diversa. Ma con i giovani abbiamo sempre avuto un’ottima collaborazione. Nelle ultime settimane in Svizzera ci sono state diverse manifestazioni che hanno visto partecipare migliaia di persone e, nel caso di Bellinzona, capitale del Canton Ticino, è stato proprio un gruppo di giovani a organizzarla, dando vita a un momento importante.

Quest’anno, tra primavera ed estate, in Europa almeno 35mila persone sono morte a causa delle ondate di caldo. È urgente agire per tutelare le persone più colpite dal cambiamento climatico, che sono bambini, donne in stato di gravidanza, ma anche anziani.

Le donne anziane, per ragioni fisiologiche e psicosociali, sono ancora più colpite rispetto ai coetanei uomini. Noi, comunque, siamo portatrici di un messaggio che vale per tutte le fasce vulnerabili. E, soprattutto, la nostra azione è volta alle generazioni future. Siamo madri o nonne o comunque abbiamo dei vicini con figli e nipoti. Per questo, ci sta a cuore la qualità della vita di bambini e ragazzi.

Nell’aprile 2024 la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu) vi ha dato ragione nella causa con cui avevate citato lo Stato svizzero per inadempienze contro le conseguenze della crisi climatica. Quali effetti ha avuto fino adesso questa sentenza?

La sentenza ha avuto una grande risonanza a livello internazionale, con molte organizzazioni che l’hanno presa come riferimento. A livello svizzero, però, abbiamo avuto delle grosse difficoltà. Noi Anziane per il clima, infatti, pensavamo che saremmo potute andare in pensione dopo la vittoria alla Cedu, invece il nostro parlamento ha preso la decisione, molto discutibile, di non attuare la sentenza [le sentenze Cedu sono vincolanti, ma non esistono organi preposti ad assicurarne l’attuazione, ndr]. Sicuramente, comunque, grazie a questa decisione, il tema della giustizia climatica è entrato nei bar, nei ristoranti, nelle famiglie, rendendo consapevole la maggioranza della popolazione, cosa che ritengo molto importante.

In Italia è in corso la vertenza di Greenpeace, Recommon e alcuni cittadini italiani contro Eni, Cassa Depositi e Prestiti e Ministero dell’Economia e delle finanze, alle quali si chiede di rispettare l’accordo di Parigi e ridurre le emissioni. Nel mondo, ci sono in questo momento circa tremila cause climatiche in corso. Quella legale può essere la via preferenziale per obbligare i nostri governanti a fare qualcosa prima che sia troppo tardi?

Noi ne siamo convinte, per questo abbiamo investito dieci anni, denaro e molte energie provando a sbloccare una situazione politica in cui le lobby, con i loro interessi, la fanno da padrone. Con la sua sentenza, la Cedu ha dichiarato che la protezione del clima è un diritto umano fondamentale. E a questo diritto fanno capo tutti e 46 gli Stati che appartengono al Consiglio d’Europa. Questa è stata la nostra grande vittoria a Strasburgo.

L’8 ottobre lei interverrà a Bergamo scienza in un incontro intitolato La giustizia climatica non ha età. Può darci qualche anticipazione?

Racconteremo il nostro percorso, gli ostacoli, nonché gli aspetti giuridici, di cui si occuperà la mia collega, l’avvocata Rosemarie Weibel. Il pubblico sarà composto principalmente da studenti, studentesse e, in generale, giovani a cui vorremmo far sapere che anche a un’età avanzata si possono fare cose importanti. Vorremmo inoltre essere d’esempio per incitare all’azione, nel senso dell’essere presenti, dell’essere consapevoli, del fare qualcosa, anche se nel proprio piccolo.


(il manifesto, 1° ottobre 2026)

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