di Roberto Ceccarelli
«La mia natura è resistere/ E non mi importa di perdere/ Quello che mi serve adesso è vivere». Il ritornello de La rappresentante di lista traduce il senso della solidarietà a Lea Melandri a cui è stato negato il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli. Il rilancio della richiesta di una solidarietà concreta a questa interprete rivoluzionaria del femminismo si spiega con una ragione: le permetterà di curarsi per continuare a lavorare politicamente per la liberazione a ottancinque anni e oltre. È profonda questa idea di lavoro. Lea stessa ci ha dato gli strumenti per interpretarla. Nei corsi delle 150 ore, lavorando con le casalinghe, Melandri ha contribuito a svelare il valore del lavoro di cura invisibile. La sua riflessione ha offerto al nostro discorso politico un’idea decisiva: rendere visibile l’invisibilizzato, restituire l’incalcolabile senza sottoporlo a una misura capitalistica. Parliamo di un’altra forma del valore che non si misura con il salario, la prestazione o il merito.
È una singolare produzione che alimenta le relazioni, l’apprendimento e la maturazione negli sfruttati che soffrono per le potenzialità rimosse e nelle oppresse dal dominio patriarcale, eteronormato o razzista. Ciò che Lea chiama «l’umano alla sua radice» andrebbe fatto risuonare indipendentemente dalla posizione occupata nella scala del dolore.
Ci vuole coraggio per parlare di sé, a partire dalla propria condizione materiale. Nella sua nuova battaglia Lea ha posto esplicitamente il problema dei diritti fondamentali e delle cure da finanziare. In tutta evidenza sta parlando con chi non ha accesso pubblico alle cure e non ha risorse per pagare il privato. Si parla di chi, pur avendo lavorato una vita, versa la pensione per pagare l’affitto e le spese e non arriva a fine mese. E si dice qualcosa che non rientra negli schemi e, anzi, viene stigmatizzato: la domanda di giustizia non ha età, va oltre i ruoli, e rivendica una vita senza condizioni. È a questo principio che vorremmo fosse ispirata un’idea, oggi tanto chiacchierata, di riforma di uno Stato sociale a pezzi. Non è una questione di costi e benefici, ma di esistenza.
Simone de Beauvoir scriveva nelle ultime pagine di uno dei suoi libri più belli sulla vecchiaia: «Contrariamente a quanto sostengono i moralisti, bisogna conservare nella “grande età” passioni forti come l’amore, l’amicizia, l’indignazione». C’è una parola che restituisce l’intensità di queste passioni: progetto. Il progetto della liberazione femminista: è la storia di Lea. «È tutto un sistema che è in discussione – scrive De Beauvoir – la rivendicazione non può che essere radicale: cambiare la vita». Questa esigenza discende dal Sessantotto, in cui Lea è fiorita. Oggi ci parla: bisogna rifare la vita, tutte le relazioni tra amore e violenza, e in particolare quella dell’uomo con la donna. Un altro esempio preso da De Beauvoir. Il titolo italiano del suo libro resta: La terza età. Cominciare dal dare un nome alla propria condizione è già un atto di liberazione. Anche per questo ringraziamo Lea e il pensiero femminista.
(il manifesto, 10 ottobre 2026)
