23 Ottobre 2026
il manifesto

L’esperienza della giustizia riparativa e la memoria della lotta armata

di Niccolò Nisivoccia

 

“L’incontro” di Fabrizio Galatea, oggi alla Festa del Cinema di Roma, in sala il 15 dicembre. Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nella sparatoria con il brigatista Walter Alasia nel ’76, si confronta con Franco Bonisoli, dirigente delle Br

 

Se avesse voluto solo spiegarci cosa sia la giustizia riparativa, Fabrizio Galatea – allievo di Luca Ronconi, e varie opere come autore e regista alle spalle – avrebbe potuto accontentarsi di scrivere e dirigere un documentario che si limitasse a descriverla attraverso qualche testimonianza. Ma del resto cosa sia la giustizia riparativa ormai potremmo dire di saperlo, tutto sommato: una forma di giustizia – integrativa, e non alternativa o tantomeno sostitutiva, rispetto a quella ordinaria – che considera il reato non come la semplice violazione di una norma penale, ma come un’esperienza di ingiustizia che produce una frattura, procura una ferita. Lo scopo è provare a riparare la frattura, a curare la ferita, offrendo ad autori e vittime quello che il processo, per come è strutturato, non può offrire: uno spazio, un tempo, per guardarsi negli occhi, per parlare o anche per non dirsi niente, ma in ogni caso per cercare di restituire un senso a quanto accaduto.

Per cercare di trovarlo insieme, questo senso, attraverso la condivisione delle memorie, delle verità di ognuno. Non si tratta di disconoscere le sentenze dei tribunali, ma di aprirsi alla costruzione di una responsabilità più ampia, attraverso lo scongelamento delle fissità implicate dai ruoli processuali. Si tratta, anche, di cercare di uscire dagli angoli nei quali il dolore rischia di inchiodarci: vuoi quando lo abbiamo subìto, vuoi quando lo abbiamo inflitto.

Tutto questo più o meno lo sappiamo. Non tanto perché ormai dal 2022 esiste una legge da cui finalmente la giustizia riparativa è stata istituzionalizzata, dopo tanti anni in cui era diffusa solo come pratica sociale. Quanto perché, appunto, è una forma di giustizia che da molti anni viveva già nella realtà e che sempre più vi trova applicazione. Ne leggiamo anche nelle cronache. Allora: non che un film puramente descrittivo sarebbe stato inutile, sarebbe eccessivo pensarlo. Ma non sarebbe stato importante e bello come invece lo è L’incontro.

Quello di Galatea è molto più di un film sulla giustizia riparativa intesa quale modello solo teorico, in primo luogo perché riesce a mostrarcela inscrivendola dentro uno dei nodi cruciali della nostra Storia, rappresentato dalla lotta armata fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Sotto questo aspetto può essere considerato, se si vuole, anche come una specie di trasposizione cinematografica di quel libro memorabile che è Il libro dell’incontro, pubblicato nel 2015 a cura di Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato: frutto di un lavoro di anni, durante i quali i suoi curatori, a partire dal 2009, avevano promosso in gran segreto una serie di incontri fra vittime e responsabili della lotta armata italiana. Ed era la prima volta che qualcuno ne concepisse anche solo la possibilità.

Ma la Storia siamo noi, sempre, e qui assume la concretezza corporea di Giorgio Bazzega e Franco Bonisoli: entrambi avevano partecipato all’esperienza del Libro dell’incontro, e sono loro oggi i protagonisti del film. Giorgio Bazzega: figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nel 1976 da Walter Alasia, ventenne militante delle Brigate Rosse, nel corso di una sparatoria nella quale erano morti anche un altro poliziotto e lo stesso Alasia. Franco Bonisoli: delle Brigate Rosse era stato uno dei principali dirigenti; presente in via Fani, il giorno del rapimento di Moro, era stato fra coloro che avevano ucciso. È definita anche “giustizia dell’incontro”, la giustizia riparativa, e qui l’incontro è proprio il loro. Tutto il film ruota intorno ai loro volti, ai loro sguardi, alle loro parole, ai loro silenzi. D’accordo, accanto a Bazzega e Bonisoli scorrono i volti e le parole anche di altre persone, di un’intera comunità di riferimento: gli stessi Ceretti, Bertagna e Mazzucato; la madre di Giorgio, Luciana Santangelo; il fratello di Walter Alasia, Oscar, e Giuseppe Culicchia, il cugino; Manlio Milani, che aveva perso la moglie Livia in piazza della Loggia, a Brescia; Gherardo Colombo, Federica Brunelli. Ma è intorno a Bazzega e Bonisoli che tutto si tiene, è su di loro che tutto precipita. I loro sentimenti dell’inizio, le loro solitudini di rabbia e sofferenza, si trasformano a mano a mano in qualcos’altro: in un riconoscimento reciproco, in un dolore meno distruttivo e più elaborato, quasi pacificato, sia verso di sé che verso gli altri.

È un movimento circolare: da un lato la giustizia riparativa si lascia comprendere meglio, attraverso un racconto che le conferisce concretezza; dall’altro, riusciamo a capire bene che un incontro fra due destini così apparentemente incommensurabili, come quello che Galatea ricostruisce, non sarebbe stato possibile senza un modello che lo ispirasse e lo sorreggesse.

L’incontro non pretende di elargire lezioni, ed è un film morale proprio per questo: perché rivela da sé una possibile salvezza. Nella restituzione agli altri, anche ai nostri “nemici”, di un diritto alla visibilità; nella scommessa fiduciaria che l’affermazione di un principio di dialogo e di apertura sia sempre possibile, a patto di voler immaginarlo.

 

(il manifesto 16 ottobre 2026)