30 Agosto 2026
il manifesto

L’Europa colonizzata dalle piattaforme

di Teresa Numerico


Negli Stati uniti assistiamo a un conflitto importante contro i data center e alla rabbia verso l’uniformità dell’intelligenza artificiale, che, vista da vicino, sottrae capacità cognitive, restituisce disoccupazione e non garantisce progresso nelle condizioni di produzione e riproduzione.

L’Europa rincorre investendo in conglomerati industriali imponenti per potenza e consumi, senza sapere se davvero qualcuno avrà bisogno dei loro dati e delle loro elaborazioni.

Qual è il piano strategico di investimenti e il progetto industriale europeo o italiano? La narrazione sulla sovranità si ferma alle soglie del digitale. I data center, infatti, sono costruiti seguendo le richieste delle big tech internazionali e non si capisce se sarà possibile tutelare i loro dati dagli usi abusivi delle multinazionali.

Intanto la Cina fa un suo piano quinquennale di investimenti sulla robotica domestica e industriale, posizionandosi in autonomia dalla Silicon Valley. Non sappiamo se avrà successo, ma è una strategia per diversificare, mettendo le risorse nazionali al servizio di un progetto industriale autonomo.

L’intelligenza artificiale sviluppata nella California libertaria è un progetto estrattivo, che prolifera appropriandosi ed espropriando risorse comuni non abbastanza protette (dati personali, energia, acqua, minerali e capacità cognitive) per trarne valore commerciale, oppure intensificare la sorveglianza a scopo bellico o per controllare la popolazione automatizzando la discriminazione delle soggettività deboli, o marginalizzate, che tante battaglie per i diritti civili avevano reso più difficile da perpetrare.

Conosciamo il meccanismo della colonizzazione. Si individuano spazi di interesse, non abbastanza presidiati da regole, o sotto il controllo di soggetti privi della capacità di farle rispettare con la forza, e poi si interviene per appropriarsene illecitamente. Il colonialismo nasce come metodo espansivo, ma si rende necessario per la scarsità delle risorse necessarie in patria. Gli spazi coloniali sono sempre abitati, secondo la soggettività dominante, da selvaggi e inferiori, i quali potranno scegliere tra una morte certa eroica, un’assimilazione dolorosa e il deperimento in una riserva.

L’Europa è molto fragile sotto questo punto di vista perché, come tutti i soggetti politici da secoli seduti al tavolo dei vincitori, è impreparata a comprendere che si sta trasformando in una preda. Discute di sovranità, ma è pronta a sottomettersi per l’accesso ai satelliti a bassa quota di Starlink, senza nemmeno rivendicare che lo spazio dove si trovano i dispositivi di Elon Musk sarebbe comune al pianeta e non di proprietà aziendale. L’Unione europea si limita a fare le regole, un’attività nobile e importante, ma dipende da come le si scrive e le si fa rispettare. La leva delle tasse è difficile da usare senza peggiorare ulteriormente le relazioni transatlantiche, non certo perché tecnicamente impossibile. Spesso si accompagna l’Europa con l’aggettivo vecchia, non per il tempo di vita dei paesi, ma per una latitanza del desiderio di immaginazione autonoma sul proprio futuro. La vecchiaia dell’Europa, e dell’Italia in particolare, consiste nell’incapacità di esercitare una sovranità sulle idee per affrontare sfide concrete come il disastro climatico, le guerre endemiche, la transizione ecologica, l’uso dell’intelligenza artificiale, la ricerca di altre nuove tecnologie.

Le soluzioni non possono essere universali. Abbiamo bisogno di biodiversità e di tecnodiversità, come continua inascoltato a sostenere Yuk Hui, filosofo della tecnologia tra Oriente e Occidente. Ci servono pensieri nostri, concreti e situati, molteplici e dinamici.

Il termine greco téchne vuol dire sia arte che tecnica, si riferisce a un insieme di pratiche che hanno bisogno di soluzioni artigianali e insieme regolate, ma in un processo continuo in cui convivono metamorfosi e tradizione. Per abbandonare l’ideologia unica del capitale, la narrazione disastrosa di una crescita illimitata, è necessaria una struttura proteiforme, capace di feedback e riorganizzazione costante per rendere possibile la circolarità di una sopravvivenza nel pianeta, che protegga anche le generazioni future.

L’intelligenza artificiale della Silicon Valley è un livellatore di soluzioni, è uno strumento algoritmico per automatizzare la valutazione sulla maggiore probabilità di una risposta entro un ambito statistico. Ma per l’addestramento della IA generativa, persino la Silicon Valley deve ricorrere a libri scritti prima del proprio esordio, perché ha bisogno di variabilità per alimentare il suo sistema ed evitare che degradi le sue prestazioni.

E l’Europa? Maestra di pluralismo, federale e multilingue, rinuncia a se stessa, per inseguire la tendenza dominante senza fantasia.


(il manifesto, 30 agosto 2026)

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