di Luciana Castellina
Una frequentazione lunghissima, fatta di scambi quotidiani e politici, con la scoperta dell’autocoscienza come inchiesta delle donne su loro stesse
Non riusciva a sorridere quando l’ho vista l’ultima volta nell’ospedale dove dopo l’ictus era stata ricoverata per riprendersi e tornare alla vita. Era arrabbiata, Lia, perché non riusciva ancora a parlare, sebbene si sforzasse per farlo. Intorno, nelle pur belle sale dell’edificio destinato alle lunghe degenze, molte persone in carrozzina che chiacchieravano animatamente fra loro, relativamente serene. Lia invece, resa muta dalla lentezza della sua guarigione, e dunque isolata da tutti, non sorrideva.
Ripartita per Roma quella sua immagine corrucciata mi è restata impressa, ho continuato a pensarla così, mortificata, e aspettavo di liberarmi anche io dai miei malanni per poter tornare a Milano al più presto e trovarla finalmente guarita. Non è stato così: ieri all’alba sul mio telefono un primo messaggio, che mi ha avvertito che la sera prima Lia se ne era andata.
La mia amicizia con Lia Cigarini ha una data antica, più antica di quella in cui il suo contesto – pensieri, riflessioni, esperienze e anche amicizie – è diventato il femminismo. La mia amicizia molto stretta con lei nasce dalla Fgci, lontani anni ’50, quando Lia diventa la prima segretaria dell’organizzazione di una delle grandi città italiane, Milano. La mia stessa organizzazione, io a Roma a dirigerne il settimanale Nuova Generazione. Tutte e due impegnate in un lavoro «da maschi», o meglio coperto dall’imbroglio del neutro, soddisfatte perché all’epoca esser donne significava essere «un po’ meno», un po’ più stupide, più malaticce, più debolucce. Per difendersi non c’era che travestirsi da maschi. E così erano tutte quelle che all’epoca frequentavamo. Erano gli anni in cui stava prendendo forma quella che fu poi chiamata l’area ingraiana, la sinistra da cui è poi nato il Manifesto, e ci trovavamo a Milano, a via Bigli, a casa di Rossana Rossanda, con Lucio Magri, Michelangelo Notarianni, Achille Occhetto, Luca Cafiero. Ho ancora le lettere – non c’erano i telefoni cellulari e perciò si comunicava così – che commentano quegli incontri, i più giovani che chiamano ancora Rossana «signora Banfi».
Scusate se vi parlo di quella stagione, ma Lia per me nasce lì, anche se poi lei scopre il femminismo ben prima di me ed è a lei che debbo le prime illuminazioni. Il Manifesto è già nato, ed è dal suo numero 2,1969 che Lia ne spiega il significato, come Demau, il primo nucleo del femminismo della differenza. È grazie a Lia che ho cominciato a sapere e a capire; è grazie a lei che ho scoperto la straordinaria importanza dei gruppi di autocoscienza, di cui quando sono nati ero diffidente, non capivo perché le donne volessero essere sole a parlarsi fra di loro, non avevo neppure intuito che avevano bisogno di fare un’inchiesta su loro stesse, per cominciare ad afferrare cosa voleva dire essere donne, «un lavoro lungo tutta la vita», come scrisse Simone de Beauvoir.
A Milano io andavo sempre a dormire da Lia, all’epoca a via Legnano, dove ha vissuto per alcuni anni con Aldo Tortorella. Nella casa, in bagno, c’erano due lavandini e per tutta l’epoca in cui proprio a Milano si andava avvicinando la rottura che portò alla nostra radiazione, al mattino ci ritrovavamo a lavarci i denti insieme ad Aldo, che invece col Manifesto non ebbe mai a che fare. E ricordo che lui mi si rivolgeva arrabbiato e mi diceva: «sei una pirla, proprio una pirla». Lia fu invece vicina al Manifesto perché a dargli vita sono stati i suoi migliori amici – Lucio, Michelangelo, Achel, io – ma il suo impegno e interesse era già tutto per il femminismo. Che tuttavia non è stato speciale solo per essersi qualificato a partire dalla differenza femminile e dunque di tutto quanto a questo fa seguito, ma senza mai perdere l’attenzione per la battaglia politica direttamente legata al conflitto di classe, un terreno diverso, certo, da quello del movimento operaio ma anche per molti aspetti comune.
Lia è stata, infatti, assolutamente unica, nel panorama del femminismo, nel restare legata al sindacato, occupandosi delle operaie (le prime, ricordo, furono quelle della Siemens), presente sempre a tutti i convegni Fiom, partecipe di tutti i problemi diversi ma anche comuni. Lo provano tanti dei suoi scritti. E vorrei che tutti andassero a rileggerli oggi, in una fase in cui si ridiscute se sia possibile che esistano due movimenti – quello delle donne e quello dei maschi – e però possa continuare a esistere un solo Partito. È l’interrogativo che si è imposto fino all’ultimo a Rossana, come testimoniano i suoi scritti in preparazione di un libro che avrebbe dovuto scrivere sull’argomento insieme a Balibar, appunti ritrovati dopo la sua morte sul suo computer.
Gabriele Polo li ha ritrovati e ne ha fatto un interessante libro. Un solo partito, ribadisce Rossanda, perché c’è anche un nemico comune: il capitalismo, giacché non penseremo mica che si possa rendere vincente la nostra rivoluzione femminile nell’ambito di questo sistema così lontano per via delle sue strutture e dei suoi valori come questo per cui gli esseri umani sono solo merce.
E a proposito della rivoluzione: in queste settimane tutte dedicate a celebrare l’anniversario del voto alle donne mi sono sentita fare cento volte domande su cosa quelle donne che votarono allora per la prima volta si aspettavano dagli anni a venire, anni che con il loro voto per la prima volta avevano potuto contribuire a delineare. Ebbene: mi è venuto in mente che certo le aspettative furono tante e molte furono anche soddisfatte. E però nessuna, proprio nessuna avrebbe mai pensato che il futuro sarebbe stato segnato nientemeno che da una rivoluzione, la sola vincente pur con tutti i suoi limiti, e la sola di dimensioni mondiali: quella femminile! Non è cosa da poco.
Ma Lia non c’è più, e non riesco a rassegnarmi.
(il manifesto, 22 aprile 2026)

