di Ida Dominijanni
Addio alla protagonista del femminismo della differenza, se ne va a 89 anni. Tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Nel 1995 è uscito «La politica del desiderio» che raccoglieva i suoi scritti e cruciale è stato il suo volume «Non credere di avere dei diritti». Moltissimo le devono anche i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista «Via Dogana»
Da alcuni anni in qua, alle piccole e deliziose ossessioni che la caratterizzavano Lia Cigarini aveva aggiunto l’invito ricorrente a scrivere autobiografie femministe. Altrimenti, diceva, poco o niente resterà di noi, salvo un pensiero astratto consegnato a una saggistica per poche, laddove solo la narrativa può restituire a tante i mille piani, i colori e i sapori di quella straordinaria avventura esistenziale e politica, personale e collettiva che abbiamo avuto la fortuna di vivere e che va sotto il nome approssimativo di «femminismo».
Lei stessa si doleva di aver raccontato molto di sé, e del rapporto fra dimensione del sé e dimensione della politica e della storia, nei primi anni del movimento, e troppo poco in seguito. Aveva ragione, come sempre del resto. Infatti come restituire, oggi che lei se n’è andata senza lasciarci un’autobiografia, i mille piani della sua vita? Come scrivere l’essenziale che lei non affidava alla scrittura, bensì allo scambio di parola faccia a faccia, alle relazioni in carne e ossa, al realismo della pratica? Come descrivere la sua figura asciutta ed elegante, il sorriso aperto e ironico, la sigaretta che chiudeva ogni pasto prima della frutta quando lei si alzava dal tavolo e si sdraiava su un divano? E come dire della sua grandezza politica, di quella sua aura che per tante di noi ha fatto da bussola per decenni, in un mondo senza bussole e pieno di idoli senz’aura?
Meglio seguire la scia luminosa dei ricordi. Roma, primavera 1983, un’assemblea affollatissima di donne riunita a discutere il «Sottosopra verde» Più donne che uomini con «le milanesi» venute a presentarlo: fu lì che incontrai di persona Lia per la prima volta (e con lei Luisa Muraro, e capii quale forza può avere una relazione fra due donne), e fu un incontro decisivo – anche per la mia vita professionale, come forse ricordano lettori e lettrici d’antan di questo giornale.
Era un tempo confuso, con tanti e tante pronti/e ad annettere il destino del femminismo alla parabola discendente della sinistra ex sessantottina o alle false promesse della modernizzazione craxiana. Quel testo fulminante raccoglieva la radicalità del femminismo degli anni Settanta e la rilanciava in un lessico inedito – desiderio, agio, voglia di vincere – che da un lato tagliava i ponti con il paradigma dell’oppressione femminile proprio della sinistra storica, dall’altro alzava la scommessa della libertà femminile sottraendola al neoliberalismo montante. Era tracciata la sagoma del femminismo della differenza per i decenni a venire: di lì a poco avrebbe proseguito l’opera Non credere di avere dei diritti, il libro-cult della Libreria delle donne di Milano che molto deve a Lia, come molto, moltissimo le devono i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista Via Dogana.
Flashback su Milano, 1966. Una non ancora trentenne Lia Cigarini «si aggirava un po’ stordita – sono parole sue – dopo la sconfitta della sinistra comunista all’XI Congresso del Pci, decisa solo a non rifare alcuna esperienza di partito, e con in mano uno scritto che parlava di trascendenza anziché di questione femminile»: era Il maschile come valore, proto-testo del femminismo della differenza stilato dal collettivo Demau e pubblicato nel 1969 sulla rivista de il manifesto: molto di quello che abbiamo sviluppato in seguito viene da lì. Sarà poi su iniziativa di Lia che vedrà la luce nel 1975 la Libreria di Milano, a tutt’oggi, per le amiche ma anche per chi amica non ne è mai stata, la più importante e più longeva istituzione del femminismo italiano.
Lia l’ha abitata e animata come sovrana «signora del gioco» fino all’ultimo, e la concepiva come una finestra sul mondo: alla lettera, un posto aperto sulla città, diceva sempre, dove le donne entrano, escono, si incontrano, parlano, si scambiano idee, leggono i giornali, discutono i libri, intrecciano amicizie e amori, portano desideri e progetti.
Dall’incontro del 1983 nacque tra noi un’amicizia inossidabile, fatta di molti accordi nonché di qualche disaccordo («sei troppo pessimista», mi diceva spesso, e io «sei tu troppo ottimista»). Le cartoline raccontano di riunioni in Libreria, seminari al Centro Virginia Woolf di Roma, convegni all’estero, vacanze al mare, il tutto in un clima di felice baldanza in cui la chiave della differenza ci apriva, o sembrava aprirci, tutte le porte necessarie per colpire al cuore con la nostra critica la crisi della politica tradizionale. Anzi maschile, precisava sempre Lia, perché è la politica maschile a declinare, da quando non ha trovato risposta all’altezza della sfida lanciata dalla libertà femminile.
A un certo punto, nel ’95, a Liliana Rampello venne l’idea di raccogliere gli scritti di Lia disseminati per ogni dove, e Luisa Muraro mi chiese di introdurli. Così ce ne andammo tutte e tre a Manarola, dove un mare pieno di meduse invitava più a lavorare che a nuotare. Il libro uscì per Pratiche con il titolo La politica del desiderio, e nel 2020 è stato aggiornato agli scritti di Lia più recenti e ri-editato per Orthotes a cura di Stefania Ferrando e Riccardo Fanciullacci, con una intervista di Riccardo in cui Lia ripensa il proprio percorso.
Non è una autobiografia, ma molte tracce di vissuto pervadono la sua scrittura scarna e precisa e il suo ragionamento rigoroso su tutti capitoli del pensiero della differenza ai quali ha dato un’impronta indelebile: il rapporto fra pratica analitica e pratica politica (su cui era tornata nel volume a cura di Chiara Zamboni La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali 2020), il fantasma del materno (tema privo in Lia di retoriche rassicuranti), la libertà e l’autorità femminile, la critica della rappresentanza e dell’emancipazione, il rapporto fra politica e diritto («la politica è sopra la legge»), la priorità delle pratiche sulla teoria, la centralità del lavoro nelle vite femminili. Nessun grazie di quelli che le dobbiamo colmerà il vuoto di una intelligenza e di uno stile inimitabili.
(il manifesto, 22 aprile 2026)

