1 Aprile 2026
Altreconomia

L’ultimo oltraggio a Daphne Caruana Galizia

di Duccio Facchini 


La giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 di fronte a casa sua, a Bidnija, nel Nord di Malta. Dieci anni fa, anche grazie alla partecipazione di suo figlio Matthew al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), è stata la prima a lanciare la notizia del coinvolgimento di due esponenti di governo nei Panama Papers.

Il conflitto perpetuo è un diversivo per non affrontare i nodi scoperti di un modello economico violento e diseguale: il predominio della finanza, la crisi climatica, l’ingiustizia fiscale. Il caso di Malta, nel cuore dell’Europa, è uno scandalo, come aveva già coraggiosamente denunciato la giornalista assassinata nell’ottobre 2017


Come hanno reagito a caldo i Paesi europei all’aggressione militare illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Se l’è chiesto Politico, pubblicando a inizio marzo un’utile carrellata delle posizioni assunte dai governi. Tralasciamo quella dell’Italia e del governo Meloni, ormai i meme si sprecano, e prendiamo quella della “piccola” ma paradigmatica Malta.

Ian Borg, vice primo ministro laburista, ha condannato Teheran per la “ritorsione” ed espresso solidarietà a Qatar ed Emirati Arabi Uniti mentre il suo superiore, Robert Abela, ha rivendicato il principio di “neutralità attiva” scolpito nella Costituzione dell’isola che vieterebbe la presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma La Valletta è tutt’altro che “neutrale” nello scenario globale.

Come ha ricostruito puntualmente l’economista Nicolás Brennan Hernández per Tax Justice Network, Malta è infatti uno dei «numerosi Stati membri dell’Unione europea che lede attivamente i propri vicini garantendo il segreto finanziario e offrendo opportunità di abusi fiscali alle imprese».

Le multinazionali straniere da quelle parti godono di un’aliquota effettiva di appena il 5%. Un introito da cui dipende il 21% delle entrate dello Stato. È la fiera del paradosso: l’arcipelago conta 500mila abitanti, 316 chilometri quadrati di superficie (poco meno della Striscia di Gaza), vale appena lo 0,1% del Pil e della popolazione dell’Unione europea a 27, si rifiuta, per inciso, di salvare le persone in mare, mentre “ospita” qualcosa come 479,7 miliardi di euro di investimenti esteri. Oltre 20 volte il suo prodotto interno lordo annuo.

Brennan Hernández, che è irlandese e sa come funziona un paradiso fiscale, ha dovuto riconoscere che in confronto il suo Paese d’origine è un apprendista: «Malta fa sembrare le statistiche incerte sul Pil dell’Irlanda un semplice taccheggio rispetto alla rapina al Louvre». Del resto la normativa dell’isola «non richiede una presenza fisica» delle aziende che decidono di trasferire lì la propria sede: è sufficiente un’unità legale fittizia, una riunione del consiglio di amministrazione in loco all’anno e un posto dove conservare i registri locali, cioè scartoffie.

Gli amministratori non devono nemmeno essere residenti e il personale non deve essere maltese. Inoltre gli uffici possono essere in condivisione tra decine di entità (i co-evasori). «Per coloro che si sono persi la crisi finanziaria del 2008 o hanno trovato insufficientemente chiare le sue lezioni sull’autoregolamentazione – ha scritto Nicolás Brennan Hernández – Malta offre un corso di aggiornamento».

È un monumentale scandalo nel cuore del Mediterraneo che oltraggia la memoria della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da una bomba il 16 ottobre 2017 per il suo lavoro di svelamento della corruzione e del riciclaggio nella trama dei “Panama papers”. Ancora oggi l’Unione europea di fatto tace, la Bce nicchia, Eurostat incassa ogni anno il rifiuto maltese (caso unico dell’Ue) di comunicare origine geografica e destinazione dei flussi e degli stock di investimenti esteri, il Gruppo di azione finanziaria internazionale di Parigi, dopo aver inserito cinque anni fa Malta nella lista grigia per carenze strategiche nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, ha appena fatto una marcia indietro imbarazzante.

Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’isola – che ha venduto passaporti agli oligarchi coinvolti direttamente nel conflitto fino al 2024 – ha inoltre individuato la miseria di 150mila euro di beni soggetti a sanzioni, meno del prezzo di un monolocale (la timida Italia ha sequestrato 143 milioni di euro, la Francia ha confiscato navi per un valore di centinaia di milioni e la Spagna ha congelato beni per oltre 10 miliardi di euro). Non a caso Nicolás Brennan Hernández parla di uno Stato «ostaggio degli interessi che dovrebbe regolamentare».

È sostenibile tutto questo, per Malta e per l’Ue? Per l’economista irlandese no, e potrebbe bastare la pur leggera imposta minima globale del 15% dell’Ocse a mettere in crisi a breve uno scoglio privo di risorse naturali e con scarse terre coltivabili. Perché «il capitale non ha altra lealtà se non verso se stesso». La guerra “preventiva” all’evasione può attendere.


(Altreconomia, 1° aprile 2026)

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