di Allegra Ferrante
Nel 1975 Luisa Muraro e altre quindici donne crearono un luogo che avrebbe cambiato il femminismo: un negozio e centro culturale con libri solo scritti da donne. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto
Sua madre aveva trovato un volantino. C’era scritto: Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Era il 2015. Fosca Giovanelli aveva undici anni. Si annoiava, leggeva tanto. Andò alla Libreria delle donne di Milano. Dentro c’era Luisa Muraro, e adulte coltissime, abituate a prendere la parola. Muraro cominciò a leggere quello che scriveva. Correggeva, commentava, restituiva. Una bambina consegnava pagine. Una filosofa le prendeva sul serio. Fosca non sapeva ancora che quella fosse già una scuola. Oggi ha ventidue anni, studia filosofia ed è la socia più giovane della Libreria – quella che Muraro contribuì a fondare.
Via Dogana è una strada di quaranta metri, incastrata tra Duomo e Palazzo Reale. Nomen omen, verrebbe da dire. Nel 1975, in quel budello del centro antico, il 15 ottobre, al numero 2, quindici donne aprirono un varco, «una porta sulla strada». Dentro: libri scritti solo da donne. Nel 2001, quando il Comune chiese quarantamila euro l’anno per quei locali, la Libreria dovette andarsene. Si spostò in via Pietro Calvi 29, zona Dateo, vicino a piazza Cinque Giornate. Un indirizzo meno simbolico, forse più esatto. Lì non si arriva per sbaglio. L’insegna è discreta, in una via defilata. Non salta agli occhi. Non è mai saltata agli occhi. Dal centro alla periferia borghese. E la porta sulla strada rimase aperta, anche lì.
Renata Sarfati, che quel primo giorno c’era, ricorda tutto. Parigi, un convegno, le francesi con la loro libreria. Il treno del ritorno. «Perché non noi?». Era già una risposta. «Fu un’impresa materiale». Quindici donne, una cooperativa, i soldi messi insieme centesimo per centesimo.Alle artiste della città dissero: dateci qualcosa. Dadamaino diede. Grazia Varisco diede. Valentina Berardinone diede. Lea Vergine curò il portfolio. Nessuna telefonata ai partiti, nessuna supplica al Comune. «Così abbiamo aperto», dice adesso. La voce è ferma. Prima ancora c’erano stati i gruppi di autocoscienza. Riunioni nelle case private, a turno. Le donne parlavano di sé partendo da sé. Era la pratica che il femminismo della differenza sessuale opponeva all’emancipazionismo: non diventare uguali agli uomini, ma partire dalla propria esperienza. La Libreria fu il passo successivo. Quel pensiero aveva bisogno di misurarsi con una forma: scaffali, affitto, cassa, una porta sulla strada. Anche questo, dice Sarfati, fu un tratto milanese. Non solo pensare. Fare. Tenere in piedi. Durare. Un rigore a volte difficile, necessario.
La scelta dei libri fu una ricognizione paziente. Austen, Woolf, Morante esistevano già, ma nei repertori editoriali restavano confinate tra le letture per fanciulle, in una zona minore, quasi pedagogica. «Abbiamo preso tutti i cataloghi e cominciato a dire: questo sì, questo sì», ricorda Sarfati. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto. Le serate in via Dogana non somigliavano a presentazioni di libri. Si cominciava alle sei, si finiva alle nove. Figli e amanti, fratelli e mariti, annessi e connessi. Nessuna critica letteraria – si cercava di entrare nel cuore del testo, di trovare parti di sé nei personaggi. «Ci siamo appassionate in modo straordinario». Una ventina di titoli scelti tra centinaia fu il risultato di discussioni aspre: chi preferiva la protagonista passionale che scappava di casa con il suo amore, chi preferiva quella razionale. «Non eravamo d’accordo. Ma i conflitti erano produttivi».
«È girata la voce che non eravamo simpatiche», ammette Sarfati. «C’era chi si aspettava un’accoglienza sororale immediata – siamo donne, ci vogliamo bene. Non avevamo questo atteggiamento. Volevamo relazioni vere, non solidarietà per decreto». Un femminismo esigente.Che a Milano, in quella via stretta dietro il Duomo, aveva trovato la sua forma severa e concreta. Romanzi, riunioni, turni, dibattiti. E poi il lavoro, i tempi, la maternità, la carriera, la fatica di entrare nel mondo degli uomini senza diventarne la copia più stanca. Lo chiamavano «doppio sì»: sì ai figli, sì al lavoro.
Non tutte, però, si riconoscevano in quel mondo. Francesca Zajczyk, sociologa urbana, per trent’anni alla Statale, non indulge alla celebrazione. La Libreria l’ha guardata a lungo da fuori. «Erano mondi altri», dice. Altri anche rispetto alla Milano delle istituzioni, delle deleghe, della politica amministrata. Oggi ne riconosce il salto: «Un’apertura virtuosa», la chiama. Un luogo che ha prodotto pensiero. Che ha costretto anche chi restava fuori a misurarsi con uno scarto. Poi si ferma. Come se stesse ancora decidendo quanto concedere. «Il passo è stato fatto», dice. E subito: «Non compiuto. Ma fatto».
Quel passo, oggi, ha anche il volto imprevisto di un uomo. Umberto Varischio – settant’anni, informatico in pensione – è uno dei due che frequentano la Libreria ogni settimana. «Per me il femminismo non era una novità», dice. «Negli anni Settanta l’ho incontrato in fabbrica, nelle organizzazioni sindacali». Ma la Libreria è stata diversa. Ha trovato «un pensiero forte, che apre problemi che non finiscono mai». Anche sul maschile: il cameratismo, le resistenze, la fatica di non rimettersi al centro. «Mi ha cambiato la vita», dice. Senza enfasi.
Lia Cigarini, l’avvocata che aveva voluto la Libreria più di chiunque altra, è morta poco più di due mesi fa. Ora se ne va Muraro. Le fondatrici lasciano, una dopo l’altra. Eppure, in via Pietro Calvi la porta è ancora aperta. Il giovedì, al banco, c’è Fosca. «Che libro cerca?». E la Libreria ricomincia.
(Corriere della Sera, 14 giugno 2026)

