22 Settembre 2023
Avvenire

Nasim Esqui: «La rivoluzione ha già vinto. E il regime lo sa»

di Lucia Capuzzi


La scalatrice era in Europa quando esplosero le proteste anno fa. E non è più tornata a casa. Il Paese ribolle nell’anniversario della morte di Mahsa: fermato e rilasciato il padre della giovane. Nasim Eshqi è una delle pioniere del free climbing


«La Rivoluzione ha già vinto e il regime lo sa. Perché vive nelle menti e nei cuori degli iraniani. Mentre gli ayatollah restano al potere solo grazie alle armi». Nasim Eshqi ama volare alto. Con le parole e con il corpo. Del resto, il suo nome vuol dire “vento leggero”. Questa quarantenne dai lunghi capelli neri, rigorosamente in vista, è una scalatrice che ha aperto oltre cento strade ad alta quota nel mondo. Inclusa una in Italia, sulle Dolomiti del Brenta, al Tonale. Sport che non solo pratica ma di cui è anche allenatrice. «Il free-climbing è un’attività considerata maschile ovunque. Ancor più in Iran». Nasim è, però, abituata a lottare per ciò che ama e quello in cui crede. La montagna, dunque. E la libertà delle iraniane. «Per questo ho deciso di restare in Europa. Ero impegnata in una scalata delle Alpi francesi quando sono esplose le proteste per la morte di Mahsa Animi. Immediatamente, il regime ha risposto con una sfilza di arresti. Se fossi rientrata, sarei finita in cella anch’io». La sua storia era diventata famosa nel 2020 grazie al documentario Climbing Iran dell’italiana Francesca Borghetti, in cui appare con i capelli al vento. Fino ad allora, però, con un po’ di discrezione, era riuscita ad andare avanti a Teheran. Ora, la sua notorietà la rendeva un bersaglio fin troppo facile. «Sono più utile alla causa da libera».

In che modo da qui contribuisce alla rivolta?

Raccontando la verità sul mio Paese. Smentendo, cioè, le bugie degli ayatollah. Il movimento che ha portato alla Rivoluzione del 1979 era plurale. La gran parte combatteva per la libertà, non per la creazione di un regime islamista. Khomeini è riuscito a prendere il potere con la forza. Per oltre quarant’anni, la gente ha subito per paura, non per una reale adesione. Pian piano, l’esasperazione è cresciuta fino a diventare dirompente nelle generazioni più giovani, quelle con maggiore istruzione e conoscenza del mondo, grazie a Internet. Il fuoco era già acceso quando Mahsa Amini è stata arrestata per avere indossato male il velo. La sua morte è stata il vento che l’ha fatto divampare.

Come è riuscita a convincere la sua famiglia a lasciarla diventare un’alpinista?

Non arrendendomi di fronte ai no. Ho scoperto lo sport da bambina, durante un campo estivo organizzato dalla scuola. Ho convinto i miei a farmi continuare garantendo che non avrei trascurato lo studio, a cui tenevano molto essendo insegnanti. A lungo ho fatto kickboxing poi, a ventitré anni, sono passata al free-climbing, diventando una delle pioniere. Quando ho cominciato a gareggiare a livello agonistico e sono diventata un’istruttrice, ho iniziato ad essere pagata. A quel punto ho avuto l’indipendenza economica per continuare.

Che cosa ama della montagna?

La libertà. Man mano che sali, ti lasci la polizia e i controlli alle spalle. Così potevo togliere il velo: ecco perché nelle foto diffuse sui social sono sempre senza. Prima delle proteste per Mahsa, spesso, i guardiani della rivoluzione facevano finta di non vedere anche perché ho sempre cercato di non dare troppo nell’occhio. In vetta mi sentivo – e mi sento, ogni volta – libera. La montagna, inoltre, non discrimina. Non conta il genere, la posizione sociale, le convinzioni: tutti possono cadere.


(Avvenire, 16 settembre 2023)

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