4 Maggio 2021
il manifesto

Quel che Fedez non dice sul ddl Zan

di Alberto Leiss


Al termine del discorso alla Camera sul Piano nazionale di ripresa e resilienza Draghi si è detto certo che «l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti». Un auspicio, ovviamente; e sarebbe interessante riflettere su quelle tre ultime parole: stupidità e interessi costituiti. Rimando l’interrogativo – assai intrigante – su che cosa si debba intendere, in senso tanto fortemente negativo, per “interessi costituiti”. Ma già mettere la stupidità su un piano simile a quello normalmente riservato alla disonestà mi sembra notevole.

La stupidità – come disse Musil – è un nemico implacabile e potente di tutti coloro che vorrebbero migliorare le cose, o almeno difenderle dal peggio. Non c’è nessuna grande idea – secondo l’autore dell’Uomo senza qualità – di cui la stupidità non sappia impadronirsi, in assenza di valide contromisure. Un esempio recente riempie pagine di giornali e discorsi politici. Che cosa ha spinto funzionari e dirigenti Rai al tentativo di indurre una celebrità mediatica come Fedez a cambiare il suo discorso dal palco del Primo Maggio? Non era chiaro come il sole che l’iniziativa sarebbe fallita e che anzi avrebbe rischiato di causare – come è puntualmente avvenuto – uno scandalo sulla sopravvivenza della censura? Un altro autore importante scrisse che lo stupido può essere più pericoloso del criminale: danneggia gli altri ma danneggia anche se stesso, brancolando nel buio della propria ottusità. Il danno generale è un ulteriore imbarbarimento del discorso pubblico. Fedez ha ragione a denunciare la pressione ricevuta. Ma ci piace un mondo in cui ogni telefonata per così dire privata viene videoregistrata? L’effetto collaterale peggiore è rendere sempre più manichea la discussione sulla legge Zan. È sacrosanto opporsi alle pulsioni omofobe, transfobiche, misogine, abiliste. E eventualmente legiferare in questo senso. Ma Fedez non dice mai che esiste una parte dell’opinione pubblica, tra cui molte femministe, che non ha dubbi sulla lotta a quelle inaccettabili pulsioni, ma ne ha invece sul testo della legge. In particolare sul fatto che una malaccorta enumerazione di concetti e termini quali “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale”, “identità di genere” possa irrigidire normativamente una discussione ancora del tutto aperta dal punto di vista scientifico, filosofico, politico, simbolico. 
Il testo approvato dalla Camera esordisce così: «a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso […]».

E se io rifiutassi queste definizioni pensando che il sesso è ben di più che una determinazione biologica o anagrafica, che tiene insieme corpo, desiderio, mente, differenza – radicata nel poter o meno partorire un altro essere umano – e molte altre cose ancora? Se pensassi che il termine genere è invece ambiguo? E che questo linguaggio rischia di reintrodurre quel “neutro indifferenziato” sostenuto proprio dal simbolico patriarcale, probabilmente all’origine dell’odio per i diversi che si vuole combattere? E se, infine – ma sarebbe gravissimo – ci fosse il rischio che la norma limitasse la libertà di opinione?

Uomini politicamente agli antipodi, dal direttore del Foglio Claudio Cerasa a Christian Raimo, al teorico queer Federico Zappino, avanzano critiche e dubbi, chiedono di rifletterci meglio. Non è saggio ascoltarli? Non dovrebbe proprio la tv pubblica provare a riscattarsi favorendo un confronto rispettoso di tutte le posizioni in campo?


(il manifesto, 4 maggio 2021)

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