di Roberta De Monticelli
11 febbraio, ore 21. A Milano, all’Anteo Citylife, la sala più grande è gremita. Oltre centoventi sale lo sono, in tutta Italia, per assistere in simultanea alla proiezione del documentario Disunited Nations, girato da Christophe Cotteret per l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE, e disponibile sul canale youtube ARTE.tv Documentary, ma solo fino al 16 marzo prossimo.
Davvero un nuovo tipodi resistenza alla dismisura del male: alcune decine di migliaia di persone, unite in una sorta di immobile corteo cognitivo dalle Alpi alla Sicilia, a guardare con i loro occhi e ascoltare con le loro orecchie immagini e voci di quella «enorme frattura dell’ordine morale del mondo» (Didier Fassin, La filosofia di fronte al genocidio, Cronopio 2025) che è indissociabile dal destino della Palestina: la crisi dell’Onu. «Colpito al cuore», e non solo dalle inaudite sanzioni e minacce personali emesse a carico di alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del diritto internazionale vigente (come Karim Khan, il procuratore in capo della Corte penale internazionale, che in una scena indimenticabile del film ascolta un’intervistatrice scandire le ingiunzioni provenienti da un gruppo di membri del senato statunitense, con a capo il segretario di stato Marco Rubio: «Colpisci Israele, e noi colpiremo te»).
«Colpito al cuore», l’Onu, precisamente da quel “sistema” di attiva complicità e passivo consenso tramite il quale i leader della minoranza di Stati che siedono in permanenza nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite decidono il destino del mondo, contro l’immensa maggioranza dei 193 stati rappresentati all’Assemblea generale.
Quel «sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile», per usare le parole di Francesca Albanese – limpidissime – pronunciate pochi giorni fa a Doha e che esprimono al meglio anche il tema del documentario, sdipanato in una sequela di immagini, volti, parole – luminose o atroci – dei protagonisti e delle vittime della tragedia dai suoi inizi al suo indicibile compimento. Quel “sistema” che è anche al centro dell’ultimo rapporto della relatrice speciale per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, quello che aveva scatenato la fatwa di Marco Rubio anche nei suoi confronti.
Quel “sistema” è lo stesso che vediamo in azione nei momenti cruciali del film, lo stesso analizzato negli ormai innumerevoli dei rapporti di tutte le istituzioni che l’umanità si è data per vincolare l’arbitrio dei potenti, adeguare il controllo pubblico all’enormità dei poteri e interessi privati, estrarre tutta la verità disperata che grida vendetta al cielo dagli schermi dei nostri smartphone, e che gli algoritmi oscurano nell’infosfera.
Di queste istituzioni nate per salvare la nostra umanità dalla nostra ferocia, la più grande, l’Onu, oggi fa due cose. Muore. E mentre muore, lancia, attraverso i suoi organi di conoscenza e quelli di giurisdizione, un fiotto di luce mai visto prima sulla verità, perché non si cancelli l’evidenza di questa «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, 2025). È il “paradosso dell’Onu”, che il film insegue dal primo all’ultimo fotogramma: l’Onu che gestisce le conseguenze dei disastri politici, ma è incapace di prevenirli. L’Onu, nato con la partizione della Palestina, morirà con lei?
È questa la domanda fondamentale che il film pone e che crescerà nelle nostre menti: con il pensiero che sì, quel “sistema” che sta uccidendo il solo presidio legale della nostra fragile umanità, di questa umanità è nemico, come Francesca Albanese ha detto.
E voi, ministri di una politica europea che non sappiamo se più cieca o più ferina, voi non chiedete semplicemente ai funzionari dell’umanità di dimettersi e all’Onu di suicidarsi. Lo hanno fatto mercoledì la Francia, e ieri la Germania: entrambi hanno annunciato la prossima richiesta al Consiglio Onu per i diritti umani, il licenziamento di Albanese, accusandola di dichiarazioni peraltro non pronunciate.
Chiedete a tutti noi che non abbiamo voce di dimetterci dall’esercizio della ragione, dell’indignazione e dell’umana pietà. Sarà più onesta, la vostra infamia.
(il manifesto, 13 febbraio 2026)

