di Vera Politkovskaja
Un estratto dall’intervento a Roma per il festival «Letterature» dell’autrice e giornalista russa
Per descrivere brevemente che volto assuma la resistenza oggi in Russia, basta osservare il muro di un palazzo nel cuore di Mosca. Su di esso, appare e scompare ripetutamente il nome di una persona assassinata.
Proprio al centro della capitale, a pochi chilometri dal Cremlino, si trova la via Ulitsa Lesnaya. Lì, in un palazzo, tanto tempo fa visse la giornalista Anna Politkovskaja, mia madre. Ed è lo stesso luogo in cui è stata assassinata nel 2006.
Poco tempo dopo, sul palazzo fu collocata una targa commemorativa che riportava la scritta: «In questo palazzo ha vissuto ed è stata vilmente assassinata Anna Politkovskaja». Quasi vent’anni dopo, nel gennaio 2026, questa targa è stata frantumata a pezzi da uno sconosciuto. Il giorno seguente, gli attivisti hanno affisso al palazzo una nuova targa provvisoria. Ma la mattina successiva, anch’essa è stata distrutta. Da allora, la stessa storia si è ripetuta per ben 31 volte: ogni volta che una nuova targa compare sul muro al posto della precedente, degli sconosciuti la distruggono.
Oggi sul palazzo non c’è più alcuna targa commemorativa.
Durante gli anni della guerra e a causa del divieto pressoché totale di esprimere la propria opinione, la resistenza in Russia è cambiata molto. Ora assume forme strane e bizzarre. È ovvio che, in un paese dove una sola parola poco cauta può costare anni di carcere, le persone siano costrette a mascherarsi: modificano il linguaggio, celano i significati e ricorrono a gesti e allusioni. Ma anche per questo, ormai, si può finire in galera. Qualsiasi oggetto di uso quotidiano può diventare una fonte di pericolo, persino il telefono cellulare tenuto in mano. Anche una sola battuta, apparentemente innocua, scritta non in una chat pubblica, ma anche in una chat privata, può condurre una persona davanti al tribunale.
Allora non resta altro da fare che rimanere sempre vigili per la propria sicurezza: nell’ora di punta in metropolitana, in coda per una visita medica, e in qualsiasi altro luogo dove ci sono delle persone attorno. Se nelle immediate vicinanze si trova un potenziale informatore, che riesce a sbirciare lo schermo di un telefono e trasformare ciò che vede in un elemento di accusa, allora l’unica soluzione è quella di chiudersi in sé stessi, guardarsi bene attorno ed essere estremamente cauti nelle parole e nelle azioni.
La delazione è la nuova vecchia arma che torna in azione. Durante gli anni della guerra in Ucraina, il numero di questi casi è salito notevolmente. Le persone denunciano alle autorità vicini di casa, conoscenti e colleghi, riportando le loro parole, battute e i contenuti pubblicati sui social media.
Oggi questo sta diventando la norma nella vita dell’intera società che vive sul territorio della Federazione Russa. In un mondo dove l’onore e la dignità hanno ancora qualche valore, la delazione è considerata da sempre un’azione che lascia, quantomeno, una macchia sulla reputazione di chi la compie. Il paradosso, però, è che nella Russia odierna questo atto viene presentato come una forma di responsabilità civica. È come se la persona non tradisse il proprio vicino, ma stesse difendendo la patria.
Per chiunque sia costretto a vivere in condizioni del genere, giorno dopo giorno, il senso di paura diventa inevitabilmente un’abitudine, necessaria per la semplice sopravvivenza. Per precauzione, si nasconde lo schermo del telefono dagli occhi indiscreti, si cancellano i messaggi, si scelgono bene le parole, e ci si guarda attorno per vedere chi si trova nelle vicinanze. Di recente, la polizia della metropolitana di Mosca ha iniziato, a campione, a ispezionare i telefoni dei passeggeri all’ingresso delle stazioni. Ufficialmente, si tratta di verificare il corretto funzionamento dei dispositivi.
Ora, immaginate la situazione per un attimo: state entrando nella metropolitana, andate pure di fretta per i vostri impegni e improvvisamente venite circondati dagli agenti di polizia che chiedono di mostrare il telefono. Se proprio in questo momento, per una sfortunata coincidenza, sullo schermo compare una notifica con una frase che lo Stato considera criminale – ad esempio «La Russia sta bombardando l’Ucraina» – questo potrebbe essere un motivo sufficiente per avviare un’indagine.
Così, i confini tra la sfera privata e quella pubblica diventano sempre più labili. Le chat, le foto e la cronologia delle ricerche contenute in qualsiasi dispositivo mobile si trasformano in potenziali elementi di accusa davanti al tribunale. Prima o poi, le persone si adattano a vivere in questo modo, e a un occhio esterno ciò potrebbe sembrare una totale rinuncia alla resistenza. Quando lo Stato esercita pressioni dall’alto e le persone si spiano a vicenda, diventando di fatto un’estensione dello Stato stesso, allora il luogo dell’ultima battaglia si sposta nel mondo interiore dell’individuo. Ma lì, tutto è molto più complesso rispetto alla realtà esterna, dove a una parola o a una azione corrisponde una punizione.
Nota.
La scrittrice e giornalista russa Vera Politkovskaja (figlia di Anna) è la protagonista dell’incontro presso lo Stadio Palatino, salendo sul palco simbolicamente insieme con l’autrice ucraina Yaryna Grusha (il Festival – XXV edizione a cura di Silvia Barbagallo e Anna Voltaggio, con il tema «Sconfinare» – è promosso dall’Assessorato alla cultura e alla Memoria di Roma Capitale: www.culture.roma.it/festivaldelleletterature).
(il manifesto, 20 giugno 2026)

